La Commissione europea sta preparando una proposta che punta a cambiare un passaggio decisivo nella vita delle imprese innovative e che attiene alla forma societaria con cui nascono, raccolgono capitali e si espandono oltre i confini nazionali. Il progetto, che negli ambienti istituzionali viene spesso richiamato con l’espressione EU Inc, ruota attorno al cosiddetto 28° regime e nasce da un dato che chi lavora nel digitale conosce bene. Oggi una startup che prova a crescere in più Paesi dell’Unione si trova davanti a ventisette sistemi societari diversi, registri differenti, adempimenti che cambiano e regole che complicano anche operazioni molto ordinarie, come l’ingresso di un investitore estero o la riorganizzazione della governance.
In questo scenario, l’idea di Bruxelles è offrire un quadro giuridico europeo facoltativo, da affiancare ai modelli nazionali già esistenti. Una nuova impresa potrebbe quindi scegliere di nascere dentro un perimetro comune, costruito per rendere più semplice l’attività transfrontaliera e più leggibile la struttura societaria agli occhi di fondatori, investitori e operatori del mercato.
Cos’è il 28° regime per le startup europee
La Commissione starebbe valutando di usare un regolamento europeo, quindi uno strumento direttamente applicabile in tutti gli Stati membri, invece di una direttiva che lascerebbe spazio a recepimenti diversi. La differenza è meno astratta di quanto sembri. Se l’obiettivo è ridurre la frammentazione, lasciare margini troppo ampi alle legislazioni nazionali rischierebbe di riprodurre lo stesso problema che si vuole risolvere. Per questa ragione, la base giuridica allo studio sarebbe quella del mercato interno, con l’idea di far passare la misura attraverso il meccanismo della maggioranza qualificata nel Consiglio. È una scelta che rende il percorso più praticabile sul piano istituzionale, anche se apre una discussione giuridica seria sulla tenuta di una base legale così ampia in una materia delicata come il diritto societario.
Il tema interessa da vicino il pubblico italiano del digitale perché tocca uno dei limiti più visibili dell’ecosistema europeo. Molte startup riescono a sviluppare prodotto, clienti e competenze, ma rallentano quando devono trasformarsi in imprese capaci di muoversi con agilità su scala continentale. Ogni differenza nazionale, dalla costituzione della società alla gestione dei diritti dei soci, si traduce in tempo, consulenze, costi e incertezza. Per una giovane impresa, questo passaggio pesa molto più che per un gruppo già strutturato.
Come funzionerebbe la nuova società europea
Tra gli aspetti più interessanti emersi nelle anticipazioni c’è la scelta di non creare un grande registro societario centralizzato a livello europeo. L’orientamento sembra un altro e punta a creare una interfaccia digitale comune nella quale i fondatori inseriscono i dati una sola volta, con trasmissione successiva ai registri nazionali già esistenti. È una soluzione sobria, quasi amministrativa, ma può avere effetti molto concreti. Evita la costruzione di una nuova macchina burocratica europea e prova a far dialogare meglio quelle già presenti. In termini pratici, significa meno duplicazioni e una procedura più leggibile per chi apre una società con l’ambizione di operare in più mercati.
Resta invece più tradizionale l’impostazione sulle controversie. Nella discussione pubblica c’era chi immaginava un sistema specializzato, capace di assicurare interpretazioni più omogenee del nuovo regime. La linea che sembra prevalere è diversa: le cause continuerebbero a essere trattate dai tribunali nazionali. Da un lato, questo rende la proposta più compatibile con l’architettura istituzionale dell’Unione. Dall’altro, lascia aperto un problema che il mondo delle startup conosce bene: avere regole formalmente comuni ma applicazioni concrete che possono cambiare da un ordinamento all’altro.
Un altro snodo riguarda la partecipazione dei lavoratori alla governance. In alcuni Paesi europei esistono modelli consolidati, soprattutto nei sistemi dove la presenza dei dipendenti negli organi societari ha una tradizione forte. In altri contesti la disciplina è più leggera. La soluzione che sta prendendo forma appare pragmatica: le regole su questo punto seguirebbero lo Stato in cui la società è registrata. È una scelta che riduce il conflitto politico immediato, ma allo stesso tempo può spingere le imprese a scegliere gli ordinamenti ritenuti più flessibili, con una competizione normativa interna all’Unione che difficilmente passerà inosservata.
Il progetto del 28° regime si inserisce dentro una discussione più ampia sulla competitività europea. Negli ultimi mesi, diversi documenti strategici hanno insistito su un problema semplice da descrivere e difficile da correggere: l’Europa ha mercato, capitale umano, università, ricerca e una base industriale importante, ma continua a faticare quando deve trasformare queste risorse in grandi imprese tecnologiche capaci di crescere rapidamente. In questo quadro, la struttura giuridica delle società non è un dettaglio da addetti ai lavori. È uno degli ingranaggi che possono facilitare oppure rallentare la corsa di una startup.
Per le imprese italiane il tema ha anche un valore culturale, oltre che operativo. Chi avvia un progetto innovativo nel nostro Paese spesso pensa al mercato europeo come a uno spazio unico, almeno dal punto di vista economico. Poi incontra una realtà più frastagliata, fatta di norme diverse, procedure differenti e livelli di complessità che aumentano appena il progetto esce dai confini nazionali. Una forma societaria europea costruita con chiarezza potrebbe ridurre questa distanza tra l’idea del mercato unico e la sua esperienza concreta.
La proposta formale della Commissione è attesa nei prossimi mesi. Da quel momento si aprirà il confronto politico con gli Stati membri e con il Parlamento europeo, e sarà lì che si capirà fino a che punto l’Unione è davvero disposta a intervenire sul terreno più sensibile dell’organizzazione delle imprese.
