A due anni dall’apertura del procedimento UE contro Google, tutto tace: 18 associazioni scrivono a von der Leyen

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La Commissione europea ha aperto il procedimento contro Google Search il 25 marzo 2024 per violazione del Digital Markets Act, contestando il favoritismo verso i propri servizi verticali rispetto ai concorrenti. A quasi due anni dall'avvio, diciotto associazioni di editori, startup e piattaforme tecnologiche hanno inviato una lettera formale alla presidente von der Leyen chiedendo una decisione entro la scadenza del 25 marzo 2026, con sanzione e ordine di cessazione del comportamento.

Diciotto associazioni europee hanno inviato una lettera formale alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, alla vicepresidente Teresa Ribera e alla commissaria per il digitale Henna Virkkunen con una richiesta precisa: adottare entro il 25 marzo 2026 una decisione formale di non conformità contro Alphabet, accompagnata da una sanzione deterrente e da un ordine di cessazione immediata delle pratiche contestate. La data ha un peso simbolico difficile da ignorare, perché coincide con il secondo anniversario dell’apertura del procedimento contro Google Search per violazione del Digital Markets Act. Tra i firmatari figurano l’European Publishers Council, la European Magazine Media Association, l’European Tech Alliance, EU Travel Tech, l’Initiative for Neutral Search e la German Startup Association: un fronte ampio e trasversale che rappresenta editori, operatori del turismo digitale, piattaforme tecnologiche e startup.

Due anni di procedimento e nessuna decisione

Il 25 marzo 2024 la Commissione europea aveva aperto le indagini formali rilevando che Google Search favoriva sistematicamente i propri servizi verticali – Google Shopping, Google Hotels, Google Flights – rispetto alle offerte concorrenti, in violazione dell’articolo 6(5) del DMA, che impone ai gatekeeper un trattamento equo e non discriminatorio dei servizi terzi. Al momento dell’apertura del procedimento, Bruxelles aveva indicato un orizzonte di dodici mesi per concludere il caso. Quell’orizzonte è stato superato senza che sia stata adottata alcuna decisione. Nel marzo 2025 la Commissione aveva trasmesso ad Alphabet le proprie conclusioni preliminari, indicando la propria valutazione provvisoria di non conformità rispetto a Google Search e Google Play, ma il percorso verso una decisione definitiva si è ulteriormente allungato. Durante questi due anni Google ha presentato diverse proposte di modifica alla struttura della pagina dei risultati di ricerca, nessuna delle quali è stata ritenuta sufficiente a risolvere il problema strutturale del self-preferencing da parte dei concorrenti e delle associazioni di categoria.

I firmatari della lettera sottolineano che la non conformità prolungata produce effetti concreti e misurabili: i servizi verticali di terze parti nei settori dei viaggi, delle notizie e dei marketplace continuano a registrare una visibilità sistematicamente inferiore rispetto ai prodotti di Alphabet nella pagina dei risultati.

Google legge la stessa vicenda in modo radicalmente diverso. L’azienda afferma di aver introdotto i cambiamenti più significativi della storia del prodotto per adeguarsi al DMA, modifiche che a suo dire hanno prodotto un’esperienza di ricerca deteriorata per gli utenti europei, a vantaggio di un numero ristretto di concorrenti piuttosto che dei consumatori finali. In un blog post, il team legale di Mountain View ha scritto che il regolamento europeo sta già rendendo Search meno utile per le imprese e per chi cerca informazioni online, aggiungendo che ulteriori indagini rischiano di premiare comportamenti opportunistici sul piano della qualità dei contenuti. La posizione di Google è rimasta sostanzialmente invariata nel corso dei due anni di procedimento: l’azienda sostiene di aver già adempiuto ai propri obblighi, pur chiedendo essa stessa che il caso venga chiuso rapidamente per uscire dall’incertezza regolatoria.

La posta in gioco oltre Google

Il caso ha una dimensione che supera la singola azienda e il singolo mercato.

Il Digital Markets Act è lo strumento normativo più ambizioso che l’Unione europea abbia costruito per intervenire sulla struttura dei mercati digitali in modo preventivo, prima che i danni alla concorrenza diventino irreversibili. La sua efficacia dipende dalla capacità di produrre decisioni vincolanti in tempi compatibili con la velocità con cui i mercati digitali si trasformano. Se un procedimento contro il gatekeeper più rilevante nell’accesso alle informazioni online rimane aperto per due anni senza esito, il messaggio che arriva agli altri operatori designati – Amazon, Apple, Meta, Microsoft, ByteDance, Booking – è che la non conformità può essere gestita attraverso trattative prolungate, senza conseguenze immediate. Questa lettura è esattamente quella che le diciotto associazioni firmatarie vogliono scongiurare. Sullo sfondo si muove anche la variabile geopolitica: l’amministrazione Trump ha già definito le sanzioni inflitte ad Apple e Meta nell’aprile 2025 – rispettivamente 500 e 200 milioni di euro – una forma di estorsione economica nei confronti delle aziende americane, minacciando ritorsioni tariffarie sul commercio transatlantico. Google ha fatto pressione su Washington affinché intervenga nel dialogo con Bruxelles, e questo ha reso il caso ancora più sensibile sul piano politico. Per la Commissione, decidere ora significa anche valutare le conseguenze di una mossa che Washington potrebbe leggere come un’ulteriore escalation.