Alessio Pomaro: “L’intelligenza artificiale non ruba lavoro, lo migliora”

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Alessio Pomaro racconta un’intelligenza artificiale che entra nel cuore dei processi aziendali e spinge verso un nuovo equilibrio tra automazione e competenze umane. Un approccio concreto, fatto di esempi e dati reali, ma anche di un appello alle istituzioni per una governance più intelligente e meno formale. L’AI come motore di cambiamento, purché guidata da cultura, chiarezza e formazione continua

A Forward.Talks 2025, Alessio Pomaro, Head of AI di Search On Media Group e LinkedIn Top Voice, ha offerto una visione concreta di come l’intelligenza artificiale stia ridisegnando il modo di lavorare. Il suo messaggio è chiaro: l’AI non sostituisce le persone, ma cambia la natura del lavoro, spostando il valore umano verso la qualità, l’analisi e la creatività. Un approccio che non parla di minaccia, ma di evoluzione, dove la cultura aziendale e la formazione diventano i nuovi motori della competitività.

L’intelligenza artificiale entra nei processi aziendali

Durante l’intervento, Pomaro ha raccontato esperienze concrete di applicazione dell’AI nei settori dell’e-commerce e dell’editoria. Ha spiegato come alcuni agent autonomi siano in grado di ottimizzare in tempo reale le performance di migliaia di prodotti online, analizzando dati di vendita, metriche di marketing e contenuti editoriali. Sistemi che aggiornano testi, monitorano trend e propongono autonomamente piani editoriali basati sugli interessi emergenti degli utenti. “Sono attività impossibili da gestire manualmente da un team umano, ma che permettono di dedicare energie alla qualità dei risultati”, ha osservato. Il messaggio, dietro il dato tecnico, è potente. L’automazione non toglie spazio alle persone, ne libera le capacità migliori.

Nel racconto di Pomaro, l’AI diventa uno strumento che valorizza la conoscenza interna delle aziende. “Non è vero che i giornalisti o i professionisti digitali non servono più”, ha sottolineato. “Cambia la loro mansione. L’attenzione si sposta sulla qualità dell’output, non sulla quantità di operazioni ripetitive.” Un punto di vista che ribalta le paure più comuni sull’automazione, mettendo al centro la collaborazione tra tecnologia e capitale umano.

Formazione e governance: le due chiavi per il futuro

Secondo Pomaro, il vero cambio di paradigma non è solo tecnologico ma culturale. Le aziende, ha detto, devono accompagnare i propri dipendenti in un processo continuo di aggiornamento e re-skilling, perché “chi conosce a fondo i flussi dell’impresa può diventare il motore principale dell’adozione dell’intelligenza artificiale”. La cultura digitale, quindi, diventa un investimento strategico, non un costo.

Nel suo intervento, l’ingegnere ha poi spostato l’attenzione sul ruolo delle istituzioni. La governance, secondo lui, deve servire a creare chiarezza, non ostacoli. “Le regole sono un’opportunità se producono trasparenza, ma diventano un freno quando si trasformano in burocrazia”, ha spiegato. In questo quadro, Pomaro ha rilanciato un’idea che ha trovato grande riscontro tra i presenti: le cosiddette sandbox intelligenti. Ambienti di sperimentazione controllata che, se pensati bene, potrebbero semplificare la conformità normativa e persino generare automaticamente la certificazione di compliance. Una visione che intreccia innovazione e diritto, e che apre la strada a un nuovo modo di intendere la regolamentazione tecnologica.

“Quello che serve alle imprese”, ha aggiunto Pomaro, “è chiarezza. Per esempio checklist pratiche che indichino cosa si può fare e cosa no. Solo così l’AI potrà essere adottata con fiducia e responsabilità.” L’intervento ha toccato un punto sensibile per il pubblico del digitale e cioè la distanza tra norme, burocrazia e applicazione reale. Il suo invito è a un equilibrio maturo, dove la legge accompagna il cambiamento invece di inseguirlo.

La sua riflessione lascia intravedere un orizzonte più ampio tendendo al quale la tecnologia non sostituisce il lavoro umano, ma lo trasforma arricchendolo di consapevolezza e progettazione. Serve, però, una governance capace di ascoltare, di semplificare e di formare.