Amazon sotto accusa: maxi class action in UK per politiche anti-concorrenza

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Nel Regno Unito, oltre 45 milioni di consumatori sono coinvolti in una class action contro Amazon, accusata di mantenere artificialmente alti i prezzi dei venditori terzi. La causa, intentata da una no-profit e guidata dallo studio legale Stephenson Harwood, punta a contestare una politica contrattuale ritenuta anticoncorrenziale. Amazon respinge le accuse, ma il caso ha eco internazionale.

Un’azione collettiva senza precedenti nel Regno Unito prende di mira Amazon per presunte pratiche anticoncorrenziali. La causa, presentata dall’associazione no-profit Association of Consumer Support Organisations presso il Competition Appeal Tribunal, rappresenta circa 45 milioni di consumatori. Al centro della disputa, una clausola contrattuale imposta ai venditori terzi, che avrebbe inciso direttamente sui prezzi praticati sulla piattaforma britannica del colosso dell’e-commerce.

Una clausola che limita il mercato

Secondo i promotori della class action, dal 2019 Amazon avrebbe imposto ai venditori terzi una restrizione che li obbligava a non offrire i propri prodotti a un prezzo inferiore su altri canali, compresi i propri siti. Questo vincolo, noto nel linguaggio economico come “price parity clause”, avrebbe impedito la naturale dinamica della concorrenza, mantenendo i prezzi all’interno del marketplace più alti rispetto a quanto avrebbero potuto essere in un mercato libero. L’accusa sostiene che ciò abbia prodotto un danno economico su vasta scala, stimabile in “milioni di sterline” sottratti alle tasche dei consumatori britannici.

La posizione giuridica si fonda su una presunta violazione delle norme antitrust britanniche: Amazon, nella sua qualità di piattaforma dominante, avrebbe abusato della sua posizione per impedire la concorrenza di prezzo tra venditori, beneficiando indirettamente di margini più elevati e di un controllo più rigido sull’ecosistema del commercio digitale. *Quando la regola imposta dall’alto soffoca la concorrenza dal basso, il mercato perde la sua funzione regolatrice e il consumatore ne subisce le conseguenze più dirette.*

Difesa e contesto internazionale

Amazon respinge ogni accusa, definendo l’azione “infondata”. L’azienda rivendica la propria efficienza, citando uno studio di Profitero secondo cui risulta il rivenditore più conveniente del Regno Unito da cinque anni. Sottolinea inoltre il ruolo positivo svolto nei confronti degli oltre 100.000 venditori indipendenti attivi sul marketplace UK, ribadendo il proprio impegno a sostenere l’economia digitale.

A supportare la causa c’è lo studio legale Stephenson Harwood, con la partner Genevieve Quierin alla guida di un team specializzato in diritto della concorrenza e contenzioso collettivo. Collaborano barristers di Monckton Chambers e consulenti economici del Brattle Group. Il finanziamento dell’azione è stato assicurato da un soggetto appartenente alla Association of Litigation Funders, il cui nome sarà reso pubblico nel corso della fase di certificazione.

Il caso britannico non è isolato. Amazon è oggetto di indagini simili in Germania, Giappone, Canada e Stati Uniti. In quest’ultimo Paese, la Federal Trade Commission ha presentato nel 2023 una causa congiunta con 17 attorney general, accusando Amazon di ostacolare la concorrenza attraverso pratiche commerciali analoghe. Alcune azioni legali respinte in prima istanza – come quella della California – sono state riaperte da corti di grado superiore, segno che la questione è tutt’altro che risolta.

Una questione di equilibrio tra potere e regole

La causa solleva un interrogativo più ampio: quali regole devono governare le grandi piattaforme digitali per garantire trasparenza e parità di condizioni? La “price parity clause” imposta da Amazon, se confermata come prassi sistematica, pone un problema non solo commerciale ma anche giuridico. L’abuso di posizione dominante, in un ambiente dove pochi operatori controllano le principali infrastrutture del commercio online, può determinare effetti distorsivi a catena: sugli operatori economici minori, sulla libertà di prezzo e, infine, sull’equità dell’accesso al mercato.