Editoriale

Applaudite i robot cinesi, se volete. O inquietatevi, se preferite.

Antonino Polimeni

Avvocato, fondatore di Polimeni.Legal, da oltre vent’anni si occupa di diritto applicato al mondo digitale. Autore di numerosi libri, è presidente dell’Associazione Digital for Children, con cui promuove l’educazione digitale e guida missioni umanitarie nel mondo. Difende un’idea semplice: la tecnologia deve servire alle persone, non dominarle.

Durante il Gala di primavera che segna l’apertura del Capodanno cinese, trasmesso dalla televisione di Stato e seguito da centinaia di milioni di spettatori nel mondo, un gruppo di robot umanoidi ha occupato il centro della scena. Hanno eseguito sequenze di arti marziali, mantenuto equilibri complessi, coordinato movimenti con precisione millimetrica in sincronia con musica e performer umani. Nessun incidente, nessuna esitazione visibile. Coreografia fluida, controllo stabilissimo, risposta perfetta.

Ma quello show, davvero incredibile, non appartiene alla categoria dell’intrattenimento tecnologico, come molti media hanno raccontato.

E’ stato invece un atto di rappresentazione politica, un gesto calcolato con grande minuzia, dentro una scenografia che non ammette di certo letture ingenue.
I più attenti commentatori internazionali hanno usato parole precise come “coordinazione”, “controllo”, “maturità industriale”. Era esattamente quello che volevano ottenere.

Il messaggio che la Cina ha mandato al mondo è stato piuttosto lineare: noi la fase dei prototipi l’abbiamo superata. Non si mostrano più promesse di cosa “si potrà fare”, si mostrano sistemi funzionanti, affidabili, riproducibili. L’intelligenza artificiale, finora evocata come potenza di calcolo invisibile, prende corpo. Assume peso ed equilibrio, entra in una struttura meccanica e diventa infrastruttura.

Questa trasformazione modifica in tutti noi la percezione della sovranità tecnologica. Finché l’intelligenza resta confinata nei server, il potere appare distante, mediato. Quando invece l’algoritmo si incarna in un dispositivo capace di muoversi nello spazio fisico, la tecnologia assume una dimensione tangibile. Interviene nella logistica, nella manifattura, nella sanità, nella sicurezza. Il controllo dei dati evolve nel controllo delle infrastrutture.

Il contesto dello show amplifica il significato.

Il Gala di primavera, trasmesso dalla televisione di Stato, è uno dei momenti mediatici più seguiti al mondo. È un rito collettivo e al contempo una autorappresentazione nazionale e inserire la robotica umanoide in quella cornice equivale a integrarla nel racconto identitario del Paese, come se fosse una vera e propria dichiarazione di traiettoria, che va in due diverse direzioni.

La prima è una funzione pedagogica verso l’interno del paese. Parla ai giovani studenti di ingegneria, agli investitori, ai tecnici, alle famiglie indicando una direzione e legittimando una priorità: la tecnologia. E accanto ai robot compaiono ragazzini, anche giovanissimi. Ovviamente nemmeno questo è casuale. La macchina e la nuova generazione vengono disposte nello stesso quadro, mostrando il futuro come se fosse già un’alleanza tra competenza umana e intelligenza artificiale. Una convivenza necessaria.
È un capolavoro di narrazione. Rassicurante e insieme disciplinante. Ordine, coordinamento, e una modernità che viene mostrata come qualcosa di “governato” e “integrato”.

La seconda direzione è invece quella che viaggia verso l’esterno del paese.
E sul piano geopolitico il significato si estende. La robotica umanoide presuppone filiere articolate: semiconduttori, sensori, batterie, software, capitale finanziario, formazione scientifica avanzata. Quello show lì, perfetto, funzionante, millimetrico non è un caso isolato ma è il risultato di un ecosistema. Questo è il messaggio della Cina.
Portare in scena l’esito di quella catena produttiva significa rivendicare una posizione fortissima nel confronto globale sugli standard industriali.
“Hai visto cosa son capace di fare? E cosa ho fatto nel giro di un solo anno? Hai visto che crescita, zio Donald? Hai visto che velocità esecutiva, Bruxelles, Mosca, Dubai, Nuova Delhi?”.
Vi invito a guardare lo show di apertura dell’anno scorso, sempre con robot umanoidi, e poi osservate di nuovo quello di quest’anno. Il confronto è quasi scioccante. E’ il simbolo di quanto corre la Cina, di quanto stia accelerando questa traiettoria tecnologica.

Il confronto con le altre aree del mondo è implicito. Qui si mette in scena la velocità esecutiva.

Non si parla più, non si fanno più proclami, non si argomenta, non si discute di nulla. Qui si mostra. Qui si esibisce. È una differenza di modello ancor prima che una differenza di ritmo.

Si aggiunga infine un elemento romantico, che agisce per suggestione. Il robot danza.
Non è una sfilata di un esercito robot e non è una dimostrazione di droni, sebbene, si noti, le arti marziali costituiscano un lontano richiamo alla guerra. Ma danza, con movimenti tradizionali di arti marziali, a ritmo di musica, e il potere non viene mostrato con la forma della vigorìa, bensì in forma estetica, costruendo l’idea di un paese capace di fondere tradizione millenaria e ingegneria avanzata in un’unica narrazione.
Bellissimo e terrificante.

Riguardatelo con attenzione. Ammiratelo se volete. Oppure inquietatevi.
Si può applaudire.
Si può tremare.
Tanto, il futuro, in fondo, non chiede il nostro consenso.