Il parquet di Parigi ha aperto un’indagine su Apple per presunte violazioni della privacy legate al funzionamento dell’assistente vocale Siri. L’inchiesta, affidata all’Office anti-cybercriminalité, mira a chiarire se il colosso tecnologico abbia raccolto e conservato conversazioni di utenti senza consenso. A portare la vicenda all’attenzione della magistratura è stata la Ligue des droits de l’Homme, che si è basata sulle rivelazioni di un ex collaboratore, Thomas Le Bonniec.
Il whistleblower e le accuse sull’ascolto dei dati vocali
Le Bonniec, trentenne francese, ha lavorato nel 2019 per Globe Technical Services, società incaricata da Apple di migliorare la qualità delle risposte di Siri. Il suo compito consisteva nell’ascoltare registrazioni di interazioni vocali, ma quelle tracce, secondo la sua testimonianza, contenevano anche momenti privati e informazioni personali. L’ex dipendente ha denunciato pubblicamente il rischio di un trattamento illecito dei dati, chiedendo di chiarire la quantità di registrazioni raccolte, la loro destinazione e il numero di persone coinvolte.
Il segnalante aveva già provato a sollevare il caso davanti alle autorità di protezione dei dati, tra cui la Cnil francese e quella irlandese, competente per i giganti tecnologici statunitensi. Nessuna delle due, tuttavia, aveva aperto un’inchiesta formale. Oggi, l’azione del parquet di Parigi riporta la questione al centro del dibattito europeo sulla gestione dei dati vocali e sulla trasparenza dei processi di raccolta delle informazioni.
Le azioni legali in Francia e il precedente americano
Accanto all’indagine penale, è stata avviata anche un’azione civile. L’avvocato ed ex deputato Julien Bayou invita i cittadini francesi a unirsi a un ricorso collettivo contro Apple per chiedere un risarcimento. L’iniziativa riprende il modello statunitense della class action del 2019, chiusa nel dicembre 2024 con un accordo economico da 95 milioni di dollari, senza che l’azienda ammettesse alcuna colpa.
Apple continua a negare qualsiasi comportamento scorretto. Un suo rappresentante in Francia ha dichiarato che i dati raccolti da Siri non sono mai stati usati per creare profili di marketing né condivisi con terzi. L’azienda ha inoltre ricordato di aver reso opzionale, già dal 2019, la partecipazione ai programmi di miglioramento vocale e di non conservare più registrazioni attivate involontariamente.
Il nodo tra innovazione e privacy
L’inchiesta francese rappresenta un segnale forte verso una maggiore responsabilità delle piattaforme digitali. La gestione dei dati vocali apre infatti interrogativi e criticità sul modo in cui l’intelligenza artificiale apprende e migliora le proprie prestazioni, spesso basandosi su informazioni intime degli utenti.
Per l’Unione Europea, dove la protezione dei dati è un principio fondante, il caso Siri potrebbe diventare un test importante. Apple, invece, si trova a gestire una questione che va oltre la reputazione: è la credibilità dell’intero ecosistema digitale a essere messa in discussione.
