Aumentano le barriere, esplodono le scorciatoie: il caso VPN dopo la legge britannica

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L’introduzione dei controlli obbligatori per l’età degli utenti, prevista dall’Online Safety Act nel Regno Unito, ha provocato un’impennata senza precedenti nell’uso di reti VPN. Una reazione che solleva interrogativi sulla privacy, sull’efficacia delle misure adottate e sulle conseguenze non intenzionali di una regolamentazione troppo rigida.

La nuova fase regolatoria introdotta nel Regno Unito ha avuto un impatto immediato e sorprendente. Dal 25 luglio, le piattaforme digitali attive nel Paese sono tenute a verificare con rigore l’età dei propri utenti, prima di consentire l’accesso a contenuti considerati sensibili o riservati agli adulti. Le modalità adottate includono l’invio di documenti identificativi, fotografie, selfie e persino informazioni di pagamento. Una misura pensata per salvaguardare i minori, che ha però generato una reazione di segno opposto da parte di molti cittadini britannici.

Nel giro di poche ore, l’interesse per le reti virtuali private è esploso. Alcuni fornitori di VPN hanno registrato impennate fino al 1.800% nelle nuove registrazioni. Proton VPN ha segnalato un aumento del 1.400% nelle iscrizioni orarie già dalla mezzanotte di entrata in vigore della legge. NordVPN e altri operatori hanno riportato incrementi a tre zeri, mentre le ricerche su Google per il termine “VPN” sono schizzate alle stelle, in alcune fasce orarie superando anche il 1.000%. Un comportamento diffuso, che evidenzia la propensione di molti utenti a eludere i controlli anziché sottoporvisi.

Le piattaforme coinvolte dall’obbligo di verifica sono numerose e trasversali: Reddit, TikTok, Discord, Bluesky, Xbox, X (già Twitter). Alcune hanno implementato i controlli, altre stanno valutando le modalità più idonee. In tutti i casi, gli utenti devono affrontare procedure piuttosto invasive. Chi non intende fornire i propri dati personali ha una sola alternativa: aggirare il sistema. E il mercato digitale, come spesso accade, ha reagito in tempo reale.

Secondo molti osservatori, il meccanismo alla base della legge rischia di non produrre i risultati attesi. La tutela dei minori, obiettivo indiscutibile, non sembra garantita da strumenti che possono essere facilmente bypassati. Al tempo stesso, la libertà degli adulti viene compressa, in nome di un principio che si scontra con il diritto alla riservatezza. Si apre così uno scenario di doppia criticità: la norma non è efficace nel suo intento e genera effetti collaterali imprevedibili.

Il fenomeno solleva anche interrogativi di natura più ampia. L’impennata nell’uso delle VPN implica un ricorso massiccio a strumenti di anonimizzazione che, sebbene legittimi, possono compromettere altri aspetti della sicurezza online. La decentralizzazione della navigazione rende più difficile l’individuazione di minacce reali, alimenta circuiti paralleli e, in alcuni casi, espone gli utenti a servizi poco trasparenti. Il paradosso è evidente: per proteggere i giovani, si rischia di creare una rete più opaca per tutti.

Chi impone regole troppo rigide in rete dovrebbe domandarsi non solo se verranno rispettate, ma anche dove porteranno le scorciatoie. Chi legifera dovrebbe partire da un’attenta analisi della realtà, valutando se le norme siano concretamente attuabili e capaci di produrre gli effetti desiderati.