L’avvocatura italiana vive un passaggio storico: l’intelligenza artificiale entra ufficialmente nella deontologia professionale. Al XXXVI Congresso nazionale forense in corso di svolgimento a Torino, il Consiglio Nazionale Forense ha presentato un nuovo modello di informativa che obbliga i legali a dichiarare quando utilizzano strumenti algoritmici nel proprio lavoro. È una svolta che segna la fine dell’approccio sperimentale all’IA e apre una fase di responsabilità e trasparenza per tutta la categoria.
L’avvocato digitale tra regole e fiducia
Il dibattito aperto dal CNF ruota intorno a un equilibrio complesso: governare la tecnologia senza diventarne dipendenti. Come ha ricordato il presidente Francesco Greco, l’obiettivo non è subire la trasformazione digitale ma orientarla verso la tutela dei diritti. Un principio che oggi si traduce anche in dati: secondo Ipsos, un terzo degli avvocati italiani utilizza già sistemi di intelligenza artificiale, soprattutto per la ricerca giurisprudenziale e l’analisi documentale. L’entusiasmo, però, convive con la diffidenza. Più della metà dei professionisti non considera l’IA uno strumento pienamente affidabile, e quasi tre quarti non la reputano adeguata alla stesura di atti giudiziari.
La fotografia è quella di una professione in bilico tra curiosità e cautela. Gli studi più strutturati e gli avvocati under 45 mostrano maggiore apertura, ma la fiducia rimane fragile. Il timore che un algoritmo possa interpretare in modo errato una norma o un precedente giurisprudenziale resta il vero nodo etico e tecnico da sciogliere.
L’informativa obbligatoria e il nuovo modello CNF
Dal 2025 l’uso di intelligenza artificiale negli studi legali non sarà più un fatto privato ma un’informazione dovuta. La legge n. 132/2025 impone infatti ai professionisti di comunicare ai propri clienti quando, nelle attività giudiziali o stragiudiziali, viene impiegata l’IA. Il Consiglio Nazionale Forense ha predisposto un modello standard di informativa, scaricabile dagli Ordini territoriali, per semplificare l’adempimento e uniformare le prassi sul territorio.
Il documento chiarisce che l’IA può essere impiegata solo come supporto: per ricerche normative, analisi preliminari o redazione di bozze. Il giudizio resta sempre umano, così come la piena responsabilità del professionista. L’avvocato deve inoltre garantire che ogni elaborazione automatizzata sia conforme al GDPR, rispetti i principi deontologici e tuteli la riservatezza dei dati del cliente. Viene anche raccomandata la tracciabilità delle operazioni effettuate con strumenti intelligenti, elemento chiave per la trasparenza e la qualità del servizio.
Identità, etica e futuro della professione
La riflessione emersa dal Congresso di Torino è profonda: come restare presidio umano dentro un ecosistema tecnologico che tende all’automazione? L’intelligenza artificiale offre opportunità straordinarie per semplificare processi e ridurre tempi, ma non può sostituire il pensiero critico né l’etica della difesa. Il futuro dell’avvocatura si gioca proprio in questo equilibrio: saper sfruttare la potenza degli algoritmi senza smarrire la propria identità di garanti dei diritti.
In questa direzione, la nuova informativa del CNF diventa più di un adempimento: è un segnale culturale. Introduce nella professione un principio che vale per ogni settore digitale – la trasparenza come forma di fiducia. Il cliente informato non è solo più protetto, ma partecipe di un processo che riconosce il valore umano dietro la tecnologia. *Forse è questo il vero passo avanti: comprendere che innovazione e deontologia non sono opposti, ma due volti della stessa responsabilità.*
Uno sguardo al domani
La regolamentazione dell’intelligenza artificiale in ambito legale è destinata ad ampliarsi. È probabile che nei prossimi anni gli Ordini professionali introducano corsi di formazione dedicati e linee guida aggiornate per l’utilizzo sicuro dei sistemi automatizzati. Ciò che oggi è informativa potrebbe diventare domani certificazione di qualità o requisito deontologico. La direzione è tracciata: l’avvocato del futuro sarà sempre più digitale, ma dovrà continuare a pensare come un giurista, con il rigore e la sensibilità che nessun algoritmo può replicare.
