Big Tech nel mirino Ue: stop alle acquisizioni mascherate da assunzioni

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Le grandi piattaforme tecnologiche usano le acquisizioni di personale per aggirare le regole sulle fusioni, secondo l’antitrust europeo. Olivier Guersent, in uscita dalla Commissione, solleva la questione nel momento più delicato per la regolazione digitale. Una nuova stagione di controlli si profila all’orizzonte.

Nel panorama digitale europeo si apre un nuovo fronte di osservazione per le autorità antitrust: le operazioni di “acquihire”, ovvero le acquisizioni di startup mirate più all’assunzione dei talenti che all’acquisizione di asset o tecnologie. È un fenomeno cresciuto in silenzio, che ora attira l’attenzione della Commissione Europea. Olivier Guersent, in uscita dopo una lunga carriera alla guida della Direzione Generale Concorrenza, lancia l’allarme su queste pratiche che, pur eludendo le tradizionali soglie di notifica, possono alterare significativamente gli equilibri di mercato.

I casi recenti parlano chiaro. Microsoft ha messo le mani sul team di Inflection AI con un’operazione da circa 650 milioni di dollari. Google ha integrato personale proveniente da startup emergenti come Character.AI e Windsurf. Amazon ha rafforzato le proprie competenze interne inglobando i talenti di Adept. Meta, invece, ha acquisito un’influenza rilevante su Scale AI, culminata nell’assunzione del suo CEO. Operazioni formalmente estranee ai vincoli delle fusioni tradizionali, ma che di fatto producono effetti simili: concentrazione di know-how e riduzione della concorrenza potenziale.

Secondo Guersent, è tempo di rivedere i criteri con cui si definisce una fusione. Non solo asset tangibili o quote societarie, ma anche l’assorbimento di competenze può rappresentare un trasferimento di valore strategico. In questo contesto, il personale assume una nuova centralità: da risorsa interna a elemento strutturale delle dinamiche di mercato. Di conseguenza, il controllo regolatorio dovrebbe adattarsi, superando le soglie quantitative in favore di un’analisi qualitativa più approfondita.

Alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, dispongono già di strumenti per intervenire anche su operazioni che formalmente restano fuori dalle maglie europee. È il cosiddetto potere di “call-in”, che consente alle autorità nazionali di segnalare alla Commissione anche transazioni minori. Il messaggio di Bruxelles è chiaro: serve un monitoraggio più ampio e capillare, in grado di cogliere le nuove forme di consolidamento che sfuggono ai radar convenzionali.

Il Digital Markets Act, entrato in vigore di recente, ha segnato un cambio di passo nella regolazione delle grandi piattaforme. Guersent riconosce il valore dell’iniziativa, ma mette in guardia dal confondere l’avvio di un percorso con la sua piena realizzazione. Le piattaforme continuano a muoversi con rapidità e creatività, sfruttando ogni spazio lasciato aperto dal diritto vigente. La sfida è costruire un sistema normativo capace di evolvere con la stessa velocità.

Forse il punto non è più solo come regolamentare il potere delle Big Tech, ma come riconoscere che anche l’assunzione può diventare uno strumento di acquisizione. Se il personale è l’anima di una startup, allora portarlo via equivale a prenderne il cuore. E in economia, come in chirurgia, anche ciò che non si vede può fare la differenza.