Francesco Cerruti è Direttore Generale di Italian Tech Alliance da maggio 2020. L’associazione rappresenta chi investe, innova, sperimenta e ricerca nuove tecnologie per stimolare la crescita in Italia, includendo fondi di venture capital e corporate venture capital, business angels, family offices, startup e PMI innovative. Prima di unirsi a Italian Tech Alliance ha guidato il team europeo della società di consulenza TPA Research e ha lavorato cinque anni al Parlamento Europeo. Nel 2022 è stato selezionato come Fellow dallo Schmidt Futures International Strategy Forum e nel 2018 ha partecipato all’International Visitor Leadership Programme del Dipartimento di Stato USA focalizzato sulla cooperazione economica globale. Ecco l’analisi che stanno vivendo imprese e startup in Italia e Europa nell’intervista rilasciata a Byte.Legali.
Negli ultimi anni l’Europa ha costruito un impianto normativo molto articolato sul digitale. Dal suo osservatorio, questa regolazione sta creando un ambiente più solido per gli investimenti oppure sta introducendo elementi di rallentamento per chi vuole fare impresa innovativa?
Credo sia opportuno sgombrare il campo da un falso mito: l’idea che negli Stati Uniti si innovi e in Europa si regolamenti e basta. Questo è falso per due motivi. Primo, perché negli Stati Uniti c’è una discreta mole di regolamentazione, sia a livello federale che dei singoli stati, che non ha moltissimo da invidiare in termini di quantità a quella europea. Secondo, perché le norme europee, pur essendo guardate da molti come elementi di rallentamento, hanno il doppio compito di agevolare gli investimenti e la crescita delle imprese, ma anche di proteggere il cittadino, il consumatore e il lavoratore.
Il legislatore comunitario sta cercando il miglior equilibrio possibile tra lo sviluppo di imprese innovative e la protezione del consumatore. In questa cornice si inserisce la strategia digitale europea che va a mappare e accompagnare tutto il percorso dell’individuo e dei capitali, dal momento in cui sono in possesso di un investitore regolamentato fino a dopo l’investimento nella startup.
È evidente che il doppio binario nazionale e comunitario, insieme a normative che a volte non comunicano tra loro, rappresentano fattualmente elementi di rallentamento. Penso che valga la pena averli a una condizione: che ci sia un level playing field a livello europeo, ovvero che non vi siano ostacoli aggiuntivi alle imprese che si trovano ad affrontare il passaggio dall’essere attive in un solo paese all’operare in più stati. Per questo si è lavorato al cosiddetto 28º regime, un regime parallelo a quello dei 27 Stati membri con una legislazione unica e comune per la nascita e crescita delle imprese. I vertici istituzionali, come la commissaria Zaharieva e la presidente Ursula von der Leyen, ne hanno parlato più volte.
Negli ultimi mesi si è parlato del modello delle cosiddette “EU Inc.”, cioè l’idea di una forma societaria europea semplificata per le startup, con regole più uniformi e meno frammentate tra Stati membri. Ritiene che questo tipo di soluzione possa incidere realmente sulla capacità dell’Europa di attrarre imprese e capitali?
Il 28º regime è una montagna che ha partorito un topolino. La proposta “EU Inc” per una forma di società europea semplificata è oggettivamente molto poco ambiziosa. È migliorativa rispetto all’esistente, ma delude rispetto alle promesse dei vertici istituzionali perché non prende in considerazione vari ambiti del diritto societario e del lavoro. Resta l’amaro in bocca per il “marketing legislativo” della Commissione che ha illuso molti operatori. È qualcosa di migliorativo, questo sì, ma resta lontano da quello che era stato annunciato.
Sull’intelligenza artificiale il divario con Stati Uniti e Cina è evidente, sia in termini di investimenti sia di scala. L’Europa deve puntare con decisione su questo settore oppure dovrebbe concentrare le proprie risorse su ambiti in cui può esprimere un vantaggio più immediato?
Parlando di intelligenza artificiale, il divario con Stati Uniti e Cina è davvero micidiale. Nel 2025, negli Stati Uniti le realtà sull’IA hanno raccolto quasi 200 miliardi di dollari, mentre quelle basate in Europa hanno raccolto solo 25 miliardi di dollari. Il divario è indubbio e oggettivo. Il vero tema, però, è capire se ci sia l’effettiva possibilità di raggiungere paesi come gli Stati Uniti, che hanno una scala di performance difficilmente raggiungibile nel medio periodo. Il caso delle mascherine durante il Covid ci ha insegnato che non possiamo essere totalmente dipendenti dagli altri. La via è la sovranità tecnologica e l’autonomia digitale. Non si tratta solo di una competizione per il dominio, quanto della necessità di dotarsi di un’autonomia indispensabile.
Restando sull’intelligenza artificiale, gli investimenti europei restano molto inferiori rispetto ad altri contesti. È una questione di disponibilità di capitale o di capacità di attrarlo? E quali condizioni servirebbero, concretamente, per invertire questa tendenza?
C’è tantissimo da fare. Occorre capire se ci sia o meno l’effettiva possibilità di raggiungere paesi come gli Stati Uniti, che hanno una scala di performance difficilmente raggiungibile nel medio periodo. L’Europa può costruire un ecosistema competitivo facendo leva su risorse proprie. Il campo del tech è globale e bisogna mantenere l’attrattività per investitori extraeuropei. Ma è opportuno essere autonomi dal punto di vista tecnologico e finanziario.
Se guardiamo all’Italia, quanto ritiene che oggi il nostro Paese sia prevedibile per un investitore? E, soprattutto, quanto è percepito come un mercato realmente appetibile rispetto ad altri ecosistemi europei?
Dobbiamo fare un esercizio di verità: l’Italia non è dove dovrebbe essere. Nel 2025 le startup italiane hanno raccolto 1,7 miliardi, mentre in Spagna sono stati raccolti 2,3 miliardi, in Francia 7,7 e nel Regno Unito più di 15 miliardi. Tuttavia, il margine di crescita in Italia è più ampio che altrove. Uso la metafora del torrente del Klondike: in Italia ci sono ancora molte pepite perché meno sono già state estratte e ci sono molti meno cercatori rispetto a paesi già saturi. Vedo sicuramente margine di crescita.
Se dovesse individuare due o tre interventi concreti per rendere l’Europa e l’Italia più competitive per startup e investitori, dove interverrebbe con priorità?
Ne indico due principali. Da un lato un effettivo e funzionante 28º regime che rispecchi quanto dichiarato da von der Leyen e quanto contenuto nei rapporti Letta e Draghi; e dall’altro un maggiore attivismo da parte del Fondo Europeo per gli Investimenti, con una distribuzione che premi anche paesi più indietro come l’Italia. Una terza cosa è uno sforzo di moral suasion verso le corporate affinché siano più coinvolte.
