Editoriale

Cronache da un futuro senza Europa.

Antonino Polimeni

Avvocato, fondatore di Polimeni.Legal, da oltre vent’anni si occupa di diritto applicato al mondo digitale. Autore di numerosi libri, è presidente dell’Associazione Digital for Children, con cui promuove l’educazione digitale e guida missioni umanitarie nel mondo. Difende un’idea semplice: la tecnologia deve servire alle persone, non dominarle.

Doha ha il colore del futuro. La mia non vuole essere una metafora. Mi riferisco proprio a un dato quasi fisico: lo si vede nei cantieri che lavorano anche di notte, nelle autostrade larghe come piste d’atterraggio, nei droni che disegnano ads nei cieli, nei grattacieli che lampeggiano grafici e simulazioni.
In quella luce artificiale e silenziosa si avverte distintamente la convinzione di essere già entrati nel tempo che altri stanno ancora immaginando. Avete presente quando si dice “l’unico limite è la nostra immaginazione”? Ecco. In Qatar è così.

Ma andiamo con ordine, vi racconto un po’ il contesto, in modo che possiate vivere, con me, ciò che è accaduto “dopo”.

Sono arrivato lì, per il secondo anno consecutivo, per partecipare al Corporate Innovation Summit, unendomi a due tavole rotonde dedicate a “come far funzionare prodotti di intelligenza artificiale in mercati diversi”.

Ovviamente ho fatto l’unica cosa che so fare: ho parlato di normativa.

Del resto, un’intelligenza artificiale che attraversa i confini deve essere compatibile con i sistemi regolatori che incontrerà. Mi pare abbastanza ovvio. Ma ciò su cui ho puntato, in particolare nel mio discorso, è il fatto che la scalabilità richiede una base di compliance pensata fin dall’origine e il modello europeo, da questo punto di vista, continua a offrire una copertura ampia. In sostanza volevo dire: chi si adegua allo standard europeo tende a trovarsi già attrezzato per molti altri mercati.

Un anno fa mi trovavo nello stesso contesto a raccontare i principi dell’AI Act appena nato. Ricordo l’attenzione della gente, gli appunti presi con cura e una curiosità che non mi aspettavo. L’Europa appariva come il luogo in cui la tecnologia veniva incastonata dentro un ordine umano riconoscibile. Ne erano tutti entusiasti: arabi, americani, cinesi, indiani, russi.

Ecco, dodici mesi dopo ho quindi riproposto il tema della bellezza della normativa europea (aggiungendo anche che è un ottimo requisito da avere per scalare i mercati mondiali) ma ho percepito qualcosa di diverso. Nessuna ostilità, nessuna polemica, per carità. Piuttosto una distanza educata. Come accade quando un interlocutore smette di essere indispensabile e resta comunque rispettato.

Per la prima volta ho avuto la sensazione che adeguarsi all’Europa non fosse più una priorità implicita. Anzi, la dico meglio: per la prima volta ho avuto la sensazione che entrare nel mercato europeo non fosse più indispensabile. Troppo complicato, troppa burocrazia.

Non me l’aspettavo. Noi europei continuiamo a immaginarci al centro della scena e probabilmente questo ottimismo è anche una tentazione comprensibile e perdonabile visto che per decenni il nostro mercato è stato uno snodo naturale per chiunque volesse crescere, un approdo quasi obbligato per capitali, tecnologie e imprese. L’Europa dettava standard e, proprio per questo, finiva spesso per orientare anche chi operava altrove.

Il mondo, però, si muove con una velocità che talvolta sfugge allo sguardo di chi è abituato a riflettere prima di agire (come lo siamo noi del vecchio continente). Altrove si investono capitali immensi nelle potenze di calcolo, si accumulano dati, si accelera senza troppe esitazioni. Il ritmo diventa quasi una forma di potere.

Nei corridoi del summit circolava un meme ripetuto con leggerezza (sì, proprio un meme – in inglese si pronuncia “mim”): l’America crea, la Cina copia, l’Europa regola. Ho ascoltato quella frase più volte, quel giorno.

I meme, però, semplificano la realtà fino a trasformare una battuta (perché tale è) in un riflesso automatico e rendono familiari idee superficiali che, ripetute abbastanza, finiscono per sembrare vere.

E attenzione, perché quando una rappresentazione di questo tipo si consolida finisce per orientare le scelte molto più di quanto farebbe un’analisi ponderata. È il tratto del tempo che attraversiamo: la semplificazione.

Non voglio certamente dire che sia colpa di un meme, sarei uno stupido se così fosse, ma quella battuta simbolica probabilmente è sintomo di una dilatazione della nostra burocrazia oltre la sua dimensione reale. Ve lo assicuro, la frequento da anni quella burocrazia.
Intendo dire, in parole povere, che fuori dall’Europa hanno una percezione delle regole europee forse un po’ più insormontabili di quelle che davvero sono, al punto da non provare neanche a informarsi, a chiedere davvero in cosa consiste una compliance.

E quella narrazione rischia di ridurre un continente che, nel corso della sua storia recente, ha provato a costruire un equilibrio tra innovazione e responsabilità introducendo importanti “princìpi” (che – si badi bene – sono una cosa diversa dalle “regole”) giustamente invalicabili dalla tecnologia. Dentro questo impianto normativo vive un’idea precisa e meravigliosa di progresso, che non coincide con la sola accelerazione tecnologica ma include una capacità di contenimento, quasi un istinto a interrogarsi sulle conseguenze prima che diventino irreversibili.

È una postura che nasce da una memoria lunga e da una certa idea di umanità. Può apparire lenta a chi corre, ma continua a ricordare che la tecnica, senza un perimetro, tende naturalmente a superarlo.

Comunque, resta un dato: nei mercati globali conta molto ciò che gli altri credono di te, talvolta più di ciò che sei davvero. E le convinzioni diffuse possono incidere sulle scelte.

Per questo varrebbe la pena smettere di raccontarci un’Europa prigioniera delle proprie regole.

La vivo ogni giorno questa storia: le leggi, spesso, risultano molto più lineari nella loro applicazione di quanto appaiano nel racconto che ne facciamo. Forse è da qui che conviene ripartire, correggendo la narrazione prima ancora dell’impianto normativo.

Anche perché, a quanto pare, il potere delle regole vive finché l’accesso a quel mercato è desiderato. Se l’attrazione diminuisce, la norma perde parte della sua forza persuasiva. È una dinamica antica: Roma dettava legge perché tutti volevano commerciare con Roma.

E non scherziamo col fuoco, perché l’intelligenza artificiale, prima o poi, presenterà conti imprevisti e sono convinto che in quel momento i principi europei potranno essere gli unici a offrire un argine capace di ricondurre la tecnologia dentro una misura umana.

Uscendo dal Mandarin, nel quartiere di Msheireb, primo progetto di rigenerazione urbana sostenibile al mondo, situato nel cuore storico di Doha, mentre nell’aria si diffondeva il richiamo alla preghiera e la città rallentava per pochi minuti come se seguisse un respiro comune, ho avvertito un contrasto tra la voce dei mu’adhdhin che arriva da secoli lontani e la città che investe prepotentemente nel futuro con una determinazione quasi matematica.

Poi, però, restando in ascolto, quel contrasto ha iniziato a sciogliersi. Perché la modernità, qui, non cancella la memoria. Anzi sembra camminarle accanto.

Probabilmente il futuro non ha bisogno di zittire ciò che è stato.

Ed è stato in quell’istante che il pensiero è scivolato inevitabilmente di nuovo verso l’Europa, con una consapevolezza più netta del previsto. Per la prima volta ho avuto la percezione della nostra reale dimensione: siamo un frammento del mondo, ancora ascoltato perché il mondo continua a riconoscerci un credito per ciò che siamo stati.

Non è un dettaglio. Quel credito tiene aperte porte, rende le nostre regole ancora influenti, fa sì che il nostro modo di intendere tecnologia e diritti venga ancora preso in considerazione, nonostante un accenno di scettiscismo. Ma nulla garantisce che accada per sempre. Proprio per questo diventa essenziale non darlo per scontato, custodirlo e alimentarlo, sapendo che la nostra voce resta autorevole finché gli altri continueranno a ritenerla tale.

Intanto una conseguenza appare già visibile. Stiamo entrando in una fase in cui convincere il mondo della nostra rilevanza richiederà più energia di quanta ne servisse in passato. Non è una sconfitta ma è il segnale di una trasformazione che procede inesorabilmente e di un movimento naturale degli equilibri. Accorgersene per tempo diventa essenziale, perché solo ciò che viene compreso può essere difeso, rafforzato e, se necessario, ripensato.