Claudio Michelizza è il fondatore di Bufale.net, progetto nato per smontare le fake news e oggi evoluto in una piattaforma che lavora sull’analfabetismo funzionale e sull’educazione digitale. In questo dialogo con Byte.Legali il suo racconto su come sia cambiato il fenomeno della disinformazione e della manipolazione nell’era dell’intelligenza artificiale e quali strumenti, secondo lui, possono ancora funzionare.
Partiamo da Bufale.net: come nasce e cosa è cambiato oggi nel processo di individuazione delle fake news?
Sì, è cambiato proprio lo scopo del sito internet. Un tempo Bufale era nato per smontare le fake news prima dell’intelligenza artificiale, quando era umanamente possibile stare dietro a queste cose, mentre adesso è impossibile. L’unica cosa a cui si può stare dietro sono le persone; Bufale ha sempre avuto come target le persone, non ha mai puntato al grande pubblico o a forze di governo.
Adesso ci occupiamo principalmente di quello che definisco analfabetismo funzionale, ovvero persone che non leggono o non comprendono totalmente un contenuto e commentano subito. Il nostro nuovo format funziona perché nei primi 15-20 secondi sembro un “complottista nato”, poi mi scuso per l’anteprima e spiego che è così che ti agganciano, procedendo a smontare la notizia. Nonostante ci sia una descrizione visibile che avverte che la notizia è falsa, la gente riesce a scrivere decine di parole di insulti prima ancora di arrivare a metà video.
Che tipo di reazioni vede nei commenti?
Se guardi i commenti, sono uno dietro l’altro e passano dall’insultarti all’augurarti un tumore al chiederti scusa 30 secondi dopo perché si rendono conto che hai ragione guardando tutto il video. Questo format riesce a scardinare persone straconvinte. Io addestro dieci persone che seguono la community perché vogliono correggere gli altri, creando una community non tossica dove chi crede di essere furbo e chi cade nella bufala si trovano a discutere allo stesso livello. Ormai non rispondo più io ai commenti perché i moderatori automatici, ovvero la gente stessa, fa tutto.
Che impatto ha avuto l’intelligenza artificiale in questo processo?
Non ci sono strumenti efficaci per stare al passo con le evoluzioni tecnologiche anche perché l’AI si evolve troppo in fretta per starle al passo. Devi lavorare alla base, insegnando alle persone di cosa dubitare. Se anche ci fossero strumenti, dove li metteresti? Io funziono perché ho un grande pubblico; puoi avere il miglior strumento del pianeta, ma se non hai i numeri non serve a niente. Inoltre, la stessa intelligenza artificiale si frega da sola. Ci sono tool per rendere un testo irriconoscibile che poi l’AI stessa non riconosce come suo.
A livello di formazione, come si esce da questa nuova forma di “I-analfabetismo”?
Questo analfabetismo raccoglie quanto seminato in questi anni. Fact-checker e giornalisti hanno spesso trattato con sufficienza chi non capiva gli articoli. Io invece sono sempre andato nei commenti, nel “fango”, parlando con milioni di persone in dieci anni anche in privato, dove le persone sono meno aggressive che in pubblico. Oggi la gente è stanca del fact-checking tradizionale; vuole solo sperare in qualcosa in un mondo di degrado, guerre e povertà. Io mi inserisco dicendo: “Guarda, è divertente, però l’immagine è falsa”. Spiego che lo fanno per guadagnare con la monetizzazione, non per dare gioia.
Quindi dobbiamo rinunciare ai criteri di vero e falso?
Le parole “fake news” o “notizia vera/falsa” dovremmo dimenticarcele perché siamo in una scala di grigi vastissima. Dobbiamo tornare a essere “artigiani della testa”, prendendoci il tempo di riflettere prima di condividere o commentare, perché le nostre azioni hanno effetti sugli altri tramite l’algoritmo. Spesso gli esperti trattano le notizie solo quando sono già virali, ma a quel punto l’effetto è già compromesso. Bisogna rapportarsi al fenomeno in modo concreto, non solo studiarlo mentre la casa crolla.
Le risposte normative, come l’introduzione in Italia del reato di deepfake, la convincono?
Sono deterrenti che frenano alcuni, ma questi reati avvengono su siti all’estero. Prima che un Pm faccia richiesta a un paese straniero per i dati, la vita di una persona è già stata rovinata. È meglio cercare un deterrente con i numeri e con la comunità. Bufale.net non ha fondi europei, i soldi ce li metto io, eppure abbiamo costruito tutto questo. Servirebbe una sorta di scuola di alfabetizzazione digitale, o un servizio attraverso il quale le persone ricevano risposte dirette. Il mio servizio WhatsApp funziona perché rispondo io personalmente, non un bot; la gente ha bisogno del rapporto “one to one” per rallentare quella velocità che ci hanno imposto.
E per i ragazzi che sono spesso vittime di abusi e deepfake ? Si parla di divieti social sotto i 16 anni.
Non puoi togliere il telefonino a una generazione ormai “drogata” di quello; ci vorrebbero 14 anni per vedere un cambiamento. Bisogna invece sfruttare le piattaforme e creare strumenti che funzionino, come un’app che risponda semplicemente se di un sito ci si può fidare o meno. Spesso la gente semplicemente non sa dove chiedere.
Dal suo osservatorio, quanto è aumentato il fenomeno dell’odio online e quali sono le responsabilità delle piattaforme?
Rispondo dicendo che Facebook prende soldi per promuovere le truffe tramite annunci approvati che chiunque capirebbe essere falsi. Non ci si può fidare di piattaforme che guadagnano sulle truffe o sui profili duplicati. La rabbia della gente nasce anche dal fatto che non possono fare a meno dei social, che sono ormai parte integrante della vita e del lavoro. Quando trovano un bersaglio, scaricano tutto l’odio.
Io ricevo minacce di morte, minacce ai miei figli e danni alla macchina; serve uno stomaco grande. Cerco di indirizzare questa rabbia verso soluzioni. Molti colleghi pensano che io cerchi solo visibilità, ma in realtà ho creato una community non tossica e i miei video hanno la stessa viralità delle bufale.
Immagino che questo abbia creato situazioni al limite nei gruppi social…
Ci sono state scissioni nei gruppi complottisti a causa dei miei video, perché inizialmente credevano fossi uno di loro. Questo metodo è stato usato con successo anche da professionisti come Walter Quattrocchi della Sapienza o il chirurgo Paolo Mezzara. Funziona, anche se è rischioso perché possono tagliare il video per farti dire il contrario.
Cosa bolle in pentola per il futuro?
Stiamo per cambiare nome a Bufale.net; faremo un rebranding totale perché abbiamo cambiato missione. Ho un team fantastico con Mattia, Stefano, Gabriroide e Fabio. Vogliamo sfidare quei progetti di divulgazione che, diventati troppo grossi, sono schiavi dell’algoritmo e perdono qualità.
