Digital Omnibus, il nuovo corso europeo preoccupa gli esperti sentiti da Byte.Legali

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Il nuovo pacchetto della Commissione ridisegna privacy, dati e IA all'insegna della semplificazione. Le reazioni raccolte da Byte.Legali mostrano un disagio trasversale. Tecnologi, attivisti, giuristi e negoziatori europei vedono un cambio di linea che tocca il cuore del modello europeo e potrebbe mettere a rischio diritti e garanzie

di Riccardo Tripepi

Il Digital Omnibus arriva in un momento in cui l’Europa è attraversata da una pressione geopolitica senza precedenti. La competizione tecnologica globale si fa sempre più serrata ed è diventato uno dei terreni principali su cui si misura la rivalità tra Stati Uniti e Cina. Intelligenza artificiale, dati, infrastrutture e cloud non sono vere e proprio leve di potere, elementi di sicurezza nazionale e strumenti di influenza.

In questo scenario l’Unione europea vede traballare lo scenario in cui ha costruito la sua architettura normativa più contare nel quale ha varato GDPR, DSA e DMA. Il contesto è cambiato e l’Europa tenta di ricalibrare il proprio ruolo, provando necessariamente a far fronte a una concorrenza sempre più spietata, ma senza rinunciare alla tutela dei diritti.

È dentro questa cornice che va letto il Digital Omnibus. La Commissione parla di semplificazione, ma il cambio di paradigma è evidente. Si cerca di alleggerire vincoli, ampliare l’utilizzo dei dati, rendere più flessibili le regole sulla privacy per accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Quando si modifica il modo in cui i dati possono essere trattati, però, si modifica la struttura del rapporto tra cittadini, istituzioni e piattaforme. Per capire cosa sta succedendo in un periodo così delicato abbiamo raccolto le reazioni integrali di alcune delle voci più autorevoli del dibattito europeo.

Matteo Flora, professore di sicurezza dell’Ai e delle superintelligenze. Uno dei principali divulgatori italiani in tema di digitale

«Quello che abbiamo capito fino adesso è che diritti e innovazione in Europa sono una sorta di pendolo, quando i diritti iniziano a essere implementati in modo coscienzioso, ovviamente questo può diventare un problema per un’innovazione fatta al go fast break things. Per anni il mondo è in direzione dei diritti, anzi con i migliori normativi del mondo, tanto è che stanno copiando da tutto il mondo, da Stati Uniti a Corea, stanno facendo copia e incolla di un sistema normativo, dal mio punto di vista, eccellente con tutti i suoi limiti, mentre invece quello che dobbiamo fare adesso è in un clima molto meno disteso di guerra globale, in realtà di guerra economica globale, spingerci un po’ di più sulla parte economica e quindi deregolamentare. Ora, de face la deregolamentazione non dovrebbe impattare più di tanto, la cosa più problematica è la questione estremamente ampia della pseudo anonimizzazione, dove possiamo farci rientrare più o meno qualunque cosa, anche perché, e viene da pensare volontariamente, è un sistema di definizioni estremamente ampio, ci rientra ad esempio tutta la profilazione per marketing, comunicazione e tutto. Dall’altro punto di vista, la stretta sui cookie era diventata quasi una farsa, il fatto così come chiunque voleva, quindi ci può anche stare, quello che mi preoccupa principalmente è che, almeno guardando ai prossimi 12-24 mesi, mi viene in mente che sia più un regalo alle grandi per non avere competizioni, per non avere sanzioni e per continuare nella loro ascesa che non una spinta per i piccoli, ma quella è la prima impressione, magari con il senno di poi Draghi ha visto cose che io non ho visto e mi sento anche di dire che probabilmente è assolutamente così!».

Pegah Moshir Pour, scrittrice e attivista per i diritti umani digitali

«Per chi viene da sistemi autoritari come l’Iran, la Digital Omnibus è un segnale che non si può ignorare. Si riconosce subito il linguaggio della “semplificazione” usato per indebolire diritti e aumentare il controllo. Ridurre garanzie su privacy, tracciamento e uso dei dati significa aprire spazi a sorveglianza e profilazione che colpiscono sempre i più vulnerabili. Le associazioni per i diritti lo denunciano, mentre le imprese applaudono: ma quando l’ago della bilancia pende verso il potere economico, i cittadini restano senza difese. Indebolire GDPR, ePrivacy e AI Act non rende l’Europa più “moderna” ma forse la rende più fragile. È così che nascono ecosistemi in cui piattaforme e governi hanno più potere di quanto la democrazia possa controllare. Chi ha visto gli abusi dei regimi sa che il primo passo è sempre lo stesso: normalizzare piccole deroghe. La vera scelta è chiara: un’Europa che protegge le persone o un’Europa che si consegna alla sorveglianza privata e pubblica. Perché i diritti digitali non si “semplificano” o si garantiscono, oppure si perdono».

Brando Benifei, europarlamentare, correlatore dell’AI Act e presidente del gruppo di monitoraggio del Parlamento europeo

«Il Digital Omnibus sta cambiando l’equilibrio che avevamo costruito con l’AI Act. Estende l’uso dei dati personali per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale e lo qualifica come interesse legittimo, un salto molto più ampio di quanto avevamo concordato. Per me questo significa arretrare sulla tutela dei diritti fondamentali: nei negoziati avevamo limitato il trattamento dei dati sensibili al rilevamento dei bias solo nei sistemi ad alto rischio, con tutele chiare e verificabili, mentre ora il perimetro si allarga pericolosamente. Riconosco che alcune modifiche hanno senso, come procedure più snelle per le piccole e medie imprese o il rafforzamento dell’AI Office, però non possiamo sacrificare la protezione dei cittadini in nome dell’efficienza. Vedo pressioni evidenti delle Big Tech, pressioni che sono iniziate con l’AI Act, sono proseguite nell’implementazione e oggi trovano spazio nell’Omnibus. Qui ottengono risultati concreti: autoesenzioni senza trasparenza pubblica, ampliamento dell’accesso ai dati, meno vincoli. Sono conquiste esattamente in linea con ciò che l’industria chiedeva e non dettagli tecnici.
Le regole digitali europee rischiano di diventare sempre più influenzate dagli interessi statunitensi. Io credo che la vera autonomia strategica richieda strumenti affidabili e un ecosistema normativo solido, non una deregolamentazione che si traveste da competitività
».

Stefano Gazzella, giornalista e esperto privacy

«Si parla di una bozza ma il peccato sta nelle premesse. La definizione relativa di dato personale è un nodo estremamente problematico. Così come escludere le inferenze dai dati di categorie particolari. Figlia della sentenza Deloitte che comporterà confusione operativa. I nostri dati sono un paradosso simile a quello di Schrödinger: personali per alcuni, non personali per altri. Ma se questi secondi vengono violati e poi per effetto di quella violazione la presunta anonimizzazione viene meno? Zona grigia di responsabilità. Anzi, di irresponsabilità. Che sarà accettata solo da chi può permettersi questa scommessa e non certo dal mondo delle PMI. Ecco dunque che la semplificazione sarà apparente perché ne avrà beneficio maggiore soltanto chi bene o male potrà permettersi di navigare una zona grigia qual è quella offerta da questa concezione relativistica».

Damini Satija, direttrice di Amnesty Tech

Amnesty Tech avverte che la spinta deregolatoria del Digital Omnibus «L’attuale spinta alla deregolamentazione dell’Ue porterà a un indebolimento dei diritti delle persone e le esporrà all’oppressione digitale. Aprirà la porta alla sorveglianza illegale, alla profilazione discriminatoria nel welfare e nelle attività di polizia, privando le persone del loro diritto di controllare i propri dati personali e di opporsi alle decisioni automatizzate e alla diffusione di contenuti dannosi online. Renderà inoltre più difficile individuare e contestare le decisioni prese dai sistemi automatizzati riguardo alle persone destinatarie di prestazioni sociali, posti di lavoro e opportunità di istruzione, aggravando ulteriormente i danni climatici alimentati da politiche che danno priorità all’industria tecnologica. Se l’Ue vuole davvero sostenere l’implementazione senza intoppi delle leggi in materia digitale, tra cui l’AI Act, il GDPR e altri regolamenti fondamentali, dovrebbe rafforzare le tutele esistenti e garantire che le leggi siano applicate in modo significativo, invece di smantellare il quadro normativo attuale che permette di chiamare le aziende a rispondere delle loro azioni e al contempo consente di progredire verso un futuro tecnologico rispettoso dei diritti».

Una nuova fase del digitale europeo

Il quadro che emerge da queste voci è chiaro. Il Digital Omnibus introduce una logica diversa, in cui la protezione dei dati e la trasparenza non sono più la base del modello europeo, ma un fattore da modulare rispetto agli interessi geopolitici e competitivi del momento. È una scelta politica che avrà conseguenze profonde sulla distribuzione del potere nell’ecosistema digitale.

In questo scenario, l’Europa rischia di trasformare il proprio ruolo. Da polo normativo capace di stabilire standard globali a spazio che cerca di adattarsi a regole e pressioni dettate altrove. È una traiettoria che cambia gli equilibri tra istituzioni, cittadini e piattaforme e che condizionerà il modo in cui l’intelligenza artificiale sarà integrata nei servizi pubblici, nella sicurezza e nei processi economici.

A questo si aggiunge un rischio ancora più concreto legato all’idea stessa di “semplificazione” che, se interpretata in maniera troppo estensiva, può diventare la porta d’ingresso per una progressiva erosione del GDPR, non attraverso un intervento esplicito, ma tramite ritocchi sulle definizioni, sulle basi giuridiche e sulle eccezioni operative. Ritocchi che, sommati, riducono il perimetro dei diritti nella pratica quotidiana.

Il tutto avviene in un contesto in cui le Big Tech esercitano una pressione crescente, visibile nei negoziati, nei dossier tecnici, nelle richieste di autoesenzioni e nella narrazione del “costo regolatorio” come freno alla competitività. Spinta da queste correnti l’Europa rischia di spostare il proprio baricentro normativo verso un modello più permissivo, allineato agli interessi industriali statunitensi e molto meno ancorato alla tradizione dei diritti fondamentali.

Il confine su cui si muove è davvero delicato e ogni sforzo dovrà essere profuso per evitare che la necessità di competere si traduca in una compressione silenziosa delle garanzie costruite negli ultimi dieci anni. ByteLegali seguirà ogni passaggio di questa evoluzione che impatterà in modo decisivo sulla quotidianità di ciascuno di noi.