Durante l’ultima puntata del podcast Tintoria, Stefano Rapone ha raccontato un episodio sorprendente: un pagamento tramite PayPal con la causale “Cena Francesca Albanese” è stato bloccato dalla piattaforma.Non si tratta di un caso isolato. Diversi utenti su LinkedIn hanno provato a effettuare la stessa operazione e hanno visto il proprio account sospeso immediatamente.
Chi è Francesca Albanese? È una relatrice delle Nazioni Unite sui diritti nei territori palestinesi. Gli Stati Uniti l’hanno inserita nella lista delle persone sanzionate perché accusata di promuovere azioni politiche ed economiche ostili verso Israele. Le sanzioni prevedono il congelamento di eventuali beni negli USA, il blocco delle transazioni finanziarie con soggetti americani e il divieto di ingresso nel Paese.
Fin qui, tutto chiaro. Ma il punto non riguarda la Albanese in sé. E la questione palestinese non è oggetto di questo articolo. Il nodo, invece, è molto più profondo.
Il servizio PayPal utilizzato da noi in Europa è fornito da una società registrata in Lussemburgo come istituto di moneta elettronica autonomo, vigilato dalla Commission de Surveillance du Secteur Financier. Opera nel mercato europeo come soggetto regolato dal diritto dell’Unione e sottoposto alla normativa europea in materia di servizi di pagamento.
Eppure, nonostante questo, un semplice pagamento tra cittadini europei può essere bloccato se contiene un riferimento a un nome presente nella lista sanzionatoria americana. Questo è un fatto gravissimo.
Quando una piattaforma europea privata e autonoma (anche se appartenente a un gruppo statunitense) applica decisioni unilaterali americane a transazioni che avvengono tra cittadini europei, senza alcun passaggio giudiziario interno e senza un atto vincolante dell’Unione Europea, si apre un vuoto nella tutela dei diritti fondamentali. E soprattutto, si crea un precedente pericoloso.
La logica del “rischio di sanzioni secondarie” e la dipendenza tecnologica e infrastrutturale dagli Stati Uniti spingono infatti operatori europei ad autocensurarsi. Rinunciano preventivamente a rapporti perfettamente leciti per timore di conseguenze extraterritoriali.
Questo nodo giuridico ed economico mette seriamente in discussione il principio di autonomia decisionale dell’Unione Europea. E non è più un tema confinato alla geopolitica o ai tavoli diplomatici: riguarda la quotidianità di ogni cittadino.
Se basta una causale per attivare un meccanismo di sorveglianza e blocco, significa che le infrastrutture che utilizziamo ogni giorno sono già, di fatto, subordinate a regole che non abbiamo mai scelto né approvato, a governi che non abbiamo mai eletto.
E allora la domanda è inevitabile: quanto spazio resta al diritto europeo, se le sue norme possono essere neutralizzate dal “rischio” imposto da un altro ordinamento?
