Meta e Google sotto accusa negli Stati Uniti per aver reso i minori dipendenti. Sentenza in California

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Da Los Angeles un nuovo fronte legale contro le piattaforme. Coinvolte Google e Meta, nel mirino il design che incentiva l’uso compulsivo tra i più giovani, dopo la condanna per danni psicologici

Il contenzioso legale che coinvolge le grandi piattaforme digitali negli Stati Uniti entra in una fase più avanzata e strutturata. Un tribunale di Los Angeles ha infatti riconosciuto la responsabilità di Google, per il funzionamento di YouTube, e di Meta per il ruolo delle proprie piattaforme, stabilendo che hanno contribuito a creare dipendenza da social network in una giovane utente, provocandole danni psicologici.

Il verdetto ha portato alla condanna al risarcimento di almeno 3 milioni di dollari alla giovane querelante e segna un passaggio rilevante perché sposta il focus sul design delle piattaforme e sui sistemi di raccomandazione, considerati in grado di incentivare forme di utilizzo compulsivo tra i minori. Il nuovo caso arriva a pochi giorni dalla condanna di Meta nel New Mexico e rafforza l’idea che non si tratti più di episodi isolati, ma di un fronte giudiziario che coinvolge l’intero settore, dopo la la condanna di Meta in New Mexico.

Il ruolo del design e degli algoritmi nella causa

Secondo quanto emerge dagli atti, al centro della contestazione vi sono i meccanismi di raccomandazione automatica che suggeriscono contenuti in sequenza continua, contribuendo ad aumentare il tempo di permanenza sulla piattaforma. Questo tipo di architettura, già ampiamente analizzata nel dibattito accademico e regolatorio, viene indicata come uno degli elementi che possono favorire comportamenti ripetitivi, soprattutto tra utenti più giovani. I ricorrenti sostengono che tali dinamiche si basano su leve psicologiche legate alla gratificazione immediata, con un impatto potenzialmente significativo sul comportamento dei minori.

Google ha risposto alle accuse evidenziando come YouTube funzioni come un’infrastruttura aperta che ospita contenuti prodotti da terzi, sottolineando che la responsabilità dovrebbe ricadere su chi crea e pubblica i video. Questa posizione si inserisce in una linea difensiva già adottata da diverse piattaforme, che tendono a distinguere tra gestione tecnica del servizio e controllo diretto sui contenuti distribuiti.

Il contesto delle azioni legali contro le piattaforme

Il procedimento si colloca all’interno di una serie più ampia di iniziative giudiziarie avviate negli Stati Uniti nei confronti dei principali operatori del settore tecnologico, tra cui anche Meta. Negli ultimi anni, numerose cause hanno portato all’attenzione dei tribunali il tema dell’impatto dei social media e delle piattaforme di condivisione video sui minori, con particolare riferimento a modelli di utilizzo che si sviluppano nel tempo attraverso notifiche, autoplay e feed personalizzati.

Questo filone di contenziosi riflette un cambiamento progressivo nel modo in cui viene interpretata la responsabilità delle imprese digitali, che non riguarda più soltanto i contenuti ospitati ma anche le modalità con cui questi vengono proposti e resi accessibili agli utenti. L’attenzione si sposta quindi dal contenuto in sé alla struttura del servizio e alle scelte progettuali che ne determinano il funzionamento.

In parallelo, il tema ha iniziato a emergere anche nei contesti normativi, con interventi che puntano a disciplinare la trasparenza degli algoritmi e a rafforzare la tutela dei soggetti più vulnerabili. Questo approccio evidenzia come la progettazione delle piattaforme sia ormai considerata un elemento centrale nel definire l’esperienza digitale.

La testimonianza di Kaley G.M.

La causa contro Meta e Google, proprietaria di YouTube, nasce dalla testimonianza di Kaley G.M., oggi ventenne, che ha raccontato di essere stata esposta ai social fin dall’età di sei anni.

Secondo quanto emerso in aula, l’utilizzo delle piattaforme sarebbe diventato progressivamente compulsivo, alimentato dallo scorrimento continuo dei contenuti e dai suggerimenti automatici. La giovane e la madre hanno sostenuto che le piattaforme siano state progettate per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti più giovani, senza adeguati avvertimenti sui rischi.

La giuria ha ritenuto credibile questa ricostruzione, riconoscendo un nesso tra il funzionamento dei sistemi e i danni psicologici denunciati.

La difesa delle piattaforme e il limite della neutralità

Google ha risposto alle accuse evidenziando come YouTube funzioni come un’infrastruttura aperta che ospita contenuti prodotti da terzi, sostenendo che la responsabilità dovrebbe ricadere su chi crea e pubblica i video. Si tratta di una linea difensiva condivisa anche da altre piattaforme, tra cui Meta, fondata sulla distinzione tra gestione tecnica del servizio e controllo diretto sui contenuti.

Tuttavia, è proprio questa impostazione a essere oggi messa in discussione. Se i sistemi di raccomandazione influenzano in modo attivo ciò che gli utenti vedono e il tempo che trascorrono online, diventa sempre più difficile sostenere una piena neutralità.

“Non siamo d’accordo con il verdetto e intendiamo presentare ricorso. Questo caso non comprende correttamente la natura di YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita responsabilmente e non un social media”. E’ quanto fa sapere un portavoce di Google a proposito della sentenza di un tribunale di Los Angeles che oggi ha stabilito che Instagram, società controllata da Meta, e Youtube, società controllata da Google, fossero responsabili di aver aggravato la depressione di un’adolescente statunitense.

Un modello sotto esame

In ogni caso, la decisione del giudice di Los Angeles consente al procedimento di entrare nel merito e apre la possibilità di un esame più approfondito delle responsabilità legate al funzionamento delle piattaforme. Letto insieme al caso Meta, questo sviluppo conferma una tendenza chiara che sembra essere sempre più forte. I tribunali non stanno più valutando singoli episodi, ma il modello complessivo su cui si basa l’universo dei social e la progettazione di sistemi che hanno profondamente condizionato la vita dei minori negli ultimi anni.