Due anni di Digital Markets Act, ma l’Europa digitale è ancora utopia

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Fa discutere il report presentato da Ecipe. A due anni dal Digital Markets Act, l’Europa fa i conti con risultati incerti. Le regole ci sono, ma la consapevolezza digitale resta bassa e i comportamenti invariati. Tra privacy premium e monopoli persistenti, il sogno di un mercato aperto appare ancora lontano

Quando il Digital Markets Act entrò in vigore nella primavera del 2023, molti lo descrissero come la riforma che avrebbe ridisegnato il potere digitale europeo. Doveva riequilibrare il rapporto tra i giganti del web e gli utenti, restituendo all’Unione una rete più trasparente e competitiva. Oggi, a due anni di distanza, l’esperimento appare a metà strada tra promessa e realtà concreta. Il quadro normativo è più complesso e protettivo, ma i comportamenti digitali restano sostanzialmente invariati.

Il bilancio dello studio ECIPE

Un’analisi del Centro europeo per l’economia politica internazionale, meglio noto come ECIPE, think tank indipendente con sede a Bruxelles che studia le politiche economiche e commerciali dell’Unione, fotografa la distanza tra regole e risultati. Lo studio, condotto su 3.500 consumatori di sette Paesi dell’Europa centrale e orientale, mostra come il 55% degli intervistati approvi la necessità di norme stringenti per le piattaforme, ma quasi il 40% ritenga che l’esperienza online sia diventata più complicata. Un terzo degli utenti giudica la navigazione più macchinosa e, soprattutto, l’80% non sa nemmeno cos’è il DMA. La regolazione, in sostanza, non ha ancora trovato un linguaggio comprensibile per chi vive ogni giorno il digitale.

Il tema della privacy, cuore del regolamento, appare altrettanto contraddittorio. La maggioranza degli utenti continua ad accettare il tracciamento in cambio di servizi gratuiti, e solo una minoranza pagherebbe per una maggiore riservatezza. È un segnale che la tutela dei dati personali resta percepita come un costo, non come un diritto da difendere.

Il punto di vista di Bruxelles

La Commissione europea, però, non condivide le critiche. Margrethe Vestager, vicepresidente responsabile della Concorrenza, ha ribadito che l’obiettivo non è ottenere risultati immediati, ma modificare in profondità i comportamenti delle piattaforme. Nei primi due anni, Bruxelles ha già avviato procedimenti di non conformità contro Google, Apple e Meta, e i primi effetti strutturali sono attesi nel 2026, quando verrà completata la valutazione d’impatto.

Un diritto che diventa servizio

Lo studio ECIPE segnala anche un fenomeno inatteso: la “privacy premium”. Sotto la spinta delle norme europee, Meta ha introdotto un abbonamento per usare Facebook e Instagram senza pubblicità. Nelle intenzioni doveva rappresentare una scelta libera; nella pratica, ha creato una frattura economica tra chi può pagare e chi resta nel circuito della profilazione. Un diritto fondamentale assume così la forma di un servizio opzionale, un paradosso che evidenzia la fragilità culturale della protezione dei dati.

Regole, abitudini e consapevolezza

Il cuore del problema non è solo giuridico ma sociale. Il Digital Markets Act agisce in un ecosistema dominato da abitudini consolidate, dove semplicità e gratuità prevalgono sull’autonomia. Anche la norma più innovativa resta inefficace se l’utente non ne percepisce l’utilità. Come osserva il giurista italiano Rombolà, strumenti come interoperabilità e portabilità dei dati possono funzionare solo quando diventano desiderabili, non quando restano concetti tecnici.

Verso la nuova identità digitale europea

A due anni dal debutto del DMA, l’Europa resta in cerca di equilibrio. Da un lato, non può rinunciare alla regolazione; dall’altro, deve evitare che la complessità normativa soffochi l’innovazione. Il futuro del diritto digitale europeo dipenderà dalla capacità di trasformare le norme in cultura, i principi in pratiche condivise e la privacy in un bene comune.