La decisione della Francia di fissare a 15 anni l’età minima per l’accesso ai social media ha aperto un confronto immediato a livello europeo. La misura, approvata dall’Assemblea nazionale e sostenuta politicamente dall’Eliseo, punta a rafforzare la tutela dei minori online, ma chiama in causa direttamente l’assetto del Digital Services Act e il rapporto tra interventi nazionali e governance dell’Unione.
Dopo il voto parlamentare, il presidente francese Emmanuel Macron ha scelto una comunicazione diretta, annunciando sui social di aver chiesto al governo di: «attivare la procedura accelerata affinché il divieto entri in vigore già dal prossimo anno scolastico». Macron ha rivendicato il ruolo della Francia come apripista nella regolazione delle piattaforme digitali, ricordando che Parigi è stata tra i primi Stati UE ad intervenire sul tema già dal 2018. Dal punto di vista politico, la mossa rafforza la linea francese di intervento statale forte sulla tutela dei minori online. Dal punto di vista giuridico, però, il dossier resta strettamente intrecciato con il diritto UE.
La Commissione europea ha chiarito che gli Stati membri possono stabilire una soglia di età per l’uso di determinati servizi digitali, soprattutto quando emergono rischi per la sicurezza e il benessere dei minori. Questo spazio di intervento, però, convive con un altro principio che va in netta contrapposizione con il primo. Per la Commissione gli obblighi operativi rivolti alle grandi piattaforme online restano incardinati nel sistema di enforcement previsto dal Digital Services Act.
Interpellato dai giornalisti, il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier ha chiarito che: «Le autorità francesi hanno il diritto di stabilire una maggioranza digitale per i loro cittadini». In pratica il DSA non esclude che gli Stati membri fissino soglie d’età per l’accesso a determinati servizi online, soprattutto quando sono in gioco la protezione dei minori e i rischi sistemici. Tuttavia, Regnier ha subito aggiunto: «gli “obblighi aggiuntivi” per le grandi piattaforme online, in particolare le VLOP, possono essere imposti solo dalla Commissione europea o dalle autorità designate nell’ambito del DSA».
Chi può imporre obblighi alle grandi piattaforme
Il chiarimento di Bruxelles riguarda in particolare le Very Large Online Platforms, soggetti che operano su scala transfrontaliera e che, proprio per questo, sono sottoposti a una supervisione centralizzata. Le autorità nazionali possono adottare regole interne, come la maggioranza digitale, ma le richieste tecniche e organizzative rivolte alle piattaforme devono passare dalle autorità designate dal quadro europeo. Il punto serve a evitare sovrapposizioni e interventi disallineati che finirebbero per frammentare il mercato digitale.
Il caso francese mostra come il confine tra competenze nazionali e regole comuni sia sottile. Da un lato c’è la pressione politica per rispondere rapidamente alle preoccupazioni delle famiglie e dell’opinione pubblica. Dall’altro, l’esigenza dell’Unione di mantenere un sistema coerente, soprattutto quando si parla di servizi che operano contemporaneamente in più Paesi. Riuscire ad armonizzare il tutto non sembra impresa di poco conto.
Verifica dell’età e infrastrutture europee
Nel quadro del Digital Services Act, la Commissione ha già indicato strumenti e criteri per la gestione dei rischi legati ai minori. Tra questi rientrano i sistemi di verifica dell’età e le soluzioni di age assurance, differenziate in base al livello di rischio del servizio. Per le attività più sensibili sono richiesti controlli più robusti, mentre per altri contesti sono ammesse modalità meno invasive.
Un elemento destinato a pesare nelle prossime fasi è il prototipo europeo di app per la verifica dell’età, attualmente in fase di test. L’obiettivo dichiarato è fornire agli Stati membri uno strumento interoperabile, capace di rendere effettive le decisioni nazionali senza scaricare sulle piattaforme una molteplicità di soluzioni diverse. In questo passaggio si gioca una parte rilevante del potere regolatorio, perché l’infrastruttura tecnica condiziona l’accesso ai servizi digitali.
La scelta francese viene osservata con attenzione anche da altri Paesi, che valutano se introdurre limiti simili o attendere ulteriori indicazioni europee. Il Digital Services Act, nato per centralizzare l’enforcement sui grandi operatori, si trova ora a confrontarsi con iniziative nazionali che testano la sua capacità di tenere insieme tutela dei diritti, mercato unico e responsabilità delle piattaforme.
Per le imprese digitali e per chi si occupa di compliance, il messaggio che emerge è pratico. Le decisioni degli Stati vanno monitorate e rispettate quando coerenti con il quadro europeo, mentre le richieste operative devono essere lette alla luce delle competenze attribuite alla Commissione e alle autorità di riferimento. Il caso Francia impone una sicura accelerazione per dirimere il nodo del chat control e per capire come evolveranno le regole su minori, identità digitale e accesso ai servizi online.
