Geopolitica e privacy si incrociano a Davos, mentre il Garante italiano è travolto dalla crisi

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Durante il World Economic Forum di Davos, il presidente Usa Donald Trump condivide sui social messaggi privati inviati da Emmanuel Macron, sollevando un caso internazionale su privacy, norme diplomatiche e diritti digitali, nel quadro delle tensioni transatlantiche su protezione dei dati.

A margine della conferenza di Davos, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mostrato ancora una volta quale sia la sua idea di privacy, pubblicando sui social messaggi privati inviatigli dal Presidente francese Emmanuel Macron.

La scelta di dare un calcio al bon ton diplomatico e rendere pubbliche comunicazioni riservate con un capo di Stato si inserisce in un più ampio e documentato attacco dell’establishment politico statunitense verso i modelli europei di tutela della privacy, giudicati come eccessivamente vincolanti per il mercato e per la libertà di azione degli attori economici.

Uno scontro che emerge con chiarezza nelle ricorrenti tensioni transatlantiche legate al trasferimento dei dati personali e all’applicazione del GDPR.

In questo scenario, segnato dall’offensiva di un laissez-faire dogmatico contro diritti ritenuti fondamentali dai paesi europei, l’Autorità Garante italiana per la protezione dei dati personali si ritrova in questo periodo nella tempesta perfetta. L’inchiesta giornalistica della trasmissione italiana Report ha portato alla luce presunte irregolarità attribuite ai vertici del Garante, innescando dimissioni (al momento una, quella del componente del collegio Guido Scorza) e accertamenti da parte della magistratura.

Con le indagini in corso, è doveroso non entrare nel merito delle eventuali responsabilità giuridiche individuali. Resta tuttavia evidente come questo terremoto istituzionale giunga nel momento peggiore possibile per il Vecchio Continente, impegnato a difendere, a fatica, il proprio impianto di regolamentazione da nuove e crescenti pressioni esterne.

Privacy è Geopolitica

Diventa complesso spiegare, a chi ritiene che la privacy si esaurisca nei cookie banner, la reale portata della posta in gioco. Le Autorità di garanzia hanno acquisito nel tempo poteri sempre più ampi e, con essi, responsabilità altrettanto rilevanti. Non parliamo più, evidentemente, di semplici enti tecnici nazionali ma di attori di primo piano nelle dinamiche geopolitiche, con un potere d’influenza che travalica i confini del suolo patrio e incide sugli equilibri tra continenti.

L’Autorità Italiana ha svolto un ruolo di apripista anche con l’avvento dei modelli di intelligenza artificiale generativa, ponendo un freno necessario alla diffusione di sistemi che, senza interventi adeguati, avrebbero fatto ancora più razzia dei dati degli utenti. Ha assunto un ruolo interventista che le ha garantito visibilità internazionale e uno status quasi da rockstar istituzionale, con un grado di legittimazione popolare inedito per un’istituzione prevalentemente tecnica.

In questo contesto, è chiaro a tutti che il nostro paese ha bisogno di un Garante autorevole e non di un’istituzione scossa da terremoti interni. Se ci sono state irregolarità, la magistratura deve fare il suo corso. Nessuna istituzione può essere al di sopra del controllo, tantomeno un’autorità che esiste proprio per controllare. Ed è giusto che tali presunte irregolarità siano state portate alla luce da un giornalismo d’inchiesta che, non va dimenticato, opera spesso in condizioni difficilissime. Il contrappeso di sistema ha la funzione di garantire che ogni istituzione, agli occhi dei cittadini e della comunità internazionale, operi al meglio delle proprie possibilità.

L’anomalia democratica

E in questo scenario più nebuloso della Londra vittoriana, emerge un dato singolare, forse il solo aspetto positivo di questa vicenda. È utile chiarirlo esplicitamente: non si tratta qui di valutare responsabilità individuali né di anticipare giudizi che spettano ad altri. L’attenzione è rivolta esclusivamente al piano dei comportamenti istituzionali e al modo in cui il sistema dei contrappesi viene riconosciuto, o delegittimato, nel momento in cui entra in funzione.

Guido polpa, unico componente ad oggi dimessosi dal Collegio, nei suoi interventi video, a volte persino troppo dettagliati per la soglia d’attenzione del pubblico digitale, non ha mai attaccato la trasmissione Report. Anzi, ha difeso esplicitamente, e a più riprese, il diritto di condurre inchieste giornalistiche e il sacrosanto dovere della magistratura di compiere indagini. Lo ha fatto in numerosi interventi, fino a quello in cui annunciava le proprie dimissioni.

In un paese dove il riflesso pavloviano di fronte alle critiche è demonizzare chi le muove, questo comportamento è un unicum, al netto di ciò che sarà il risultato delle indagini. Basta scorrere la cronaca politica, italiana e non solo, per verificare come funziona solitamente. Dal governo che minaccia querele contro i giornalisti, agli imprenditori che rispondono alle inchieste con denunce strategiche, fino agli amministratori locali che gridano al “gomblotto” davanti a ogni telecamera scomoda.

In questo contesto, polpa ha fatto l’opposto. Ha legittimato il contrappeso, proprio mentre questo lo colpiva.

Il bug di sistema

Il vero bug di sistema è quello in cui i contrappesi democratici funzionano a singhiozzo e spesso si delegittimano a vicenda invece di rafforzarsi. Un’autorità indipendente dovrebbe accogliere il controllo giornalistico come prova della propria trasparenza. Un giornalismo d’inchiesta dovrebbe essere visto come garanzia, non come minaccia.

polpa, dimettendosi ma difendendo Report, ha riconosciuto il problema senza delegittimare chi lo ha sollevato. Al netto degli esiti dell’inchiesta, è un atteggiamento democraticamente adulto, quasi banale in un sistema maturo. Eppure da noi non può che fare notizia.

In questo periodo di limbo in cui l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali vivrà una necessaria trasformazione, ricordiamoci di restituire valore anche alla cultura dei contrappesi. Perché senza un’Autorità credibile e senza un giornalismo libero di indagare, la tutela della privacy nell’opinione pubblica si ridurrà davvero a quello che in molti già credono. Un fastidioso banner sui cookie.

Alfredo Esposito

Alfredo Esposito

Avvocato, fondatore dello Studio Legale Difesa d’Autore, si occupa di diritto digitale, proprietà intellettuale e nuove tecnologie in contesti nazionali e internazionali. Assiste imprese, operatori e cittadini stranieri nelle loro attività in Italia. Autore e relatore sui temi del copyright e dell’intelligenza artificiale, osserva l’impatto delle tecnologie sugli equilibri globali, con uno sguardo generazionale sui cortocircuiti tra tecnologia, diritto e società.