Domenica 25 gennaio, la trasmissione Report, condotta da Sigfrido Ranucci, promette di portare in onda un’inchiesta destinata ad accendere un nuovo caso istituzionale. Al centro, questa volta, non ci sono intercettazioni o fughe di notizie, ma l’infrastruttura digitale del sistema giudiziario italiano e la possibile esposizione dei magistrati a forme di controllo remoto occulto.
Secondo le anticipazioni diffuse dalla redazione, un software di gestione informatica sarebbe installato su circa 40.000 computer in uso presso procure e tribunali italiani, coinvolgendo magistrati, personale amministrativo e sezioni di polizia giudiziaria. Una presenza massiva che, se mal governata, porrebbe interrogativi seri sulla riservatezza delle attività giudiziarie.
Il software
Il programma citato nell’inchiesta viene indicato come ECM/SCCM, riconducibile alle soluzioni di amministrazione centralizzata sviluppate da Microsoft. Si tratta di strumenti ampiamente utilizzati nella pubblica amministrazione e nelle grandi organizzazioni per aggiornare sistemi, gestire configurazioni e garantire sicurezza informatica.
Non siamo dunque davanti, di per sé, a uno spyware o a un sistema di sorveglianza illegale. Il punto sollevato da Report riguarda però le funzionalità potenziali del software. Alcune di esse consentirebbero, in astratto, l’accesso remoto ai dispositivi, inclusa la visualizzazione delle attività a schermo, qualora abilitate da chi dispone dei privilegi di amministratore.
Controllo possibile o controllo esercitato?
La questione esplode su questo crinale. L’inchiesta sostiene che tali funzioni potrebbero essere attivate in modo non percepibile dall’utente e, soprattutto, senza lasciare tracce verificabili nei log di sistema. Un’ipotesi che, se confermata, configurerebbe uno scenario estremamente delicato: magistrati convinti di operare in un ambiente riservato, mentre tecnicamente osservabili da remoto.
Al momento, va chiarito con forza, non esistono riscontri pubblici indipendenti che confermino l’uso illecito o occulto del sistema. Report afferma però di essere in possesso di documentazione e registrazioni che verrebbero mostrate integralmente nel servizio.
La risposta del Ministero: “Accuse surreali”
La reazione istituzionale non si è fatta attendere. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha respinto le accuse parlando di “accuse surreali” e negando l’esistenza di qualsiasi forma di sorveglianza.
Secondo il Guardasigilli, il sistema è in uso dal 2019, non consente la lettura dei contenuti né la registrazione di schermo o digitazioni, le funzioni di controllo remoto non sarebbero mai state attivate ed ogni eventuale intervento risulterebbe tracciato e subordinato al consenso dell’utente. Nordio ha inoltre accusato la trasmissione di voler creare allarme sociale senza adeguati accertamenti.
Cresce la tensione tra politica e magistratura
Sul piano politico, il Partito Democratico ha chiesto che la Presidente del Consiglio riferisca in Aula, parlando apertamente di un rischio per l’equilibrio democratico e per l’indipendenza della magistratura.
Dal mondo delle toghe, la corrente Unità per la Costituzione ha espresso grande preoccupazione per una possibile vulnerabilità dei sistemi informatici giudiziari, chiedendo chiarimenti urgenti al Ministero. Il timore non riguarda solo la privacy individuale, ma la segretezza degli atti giudiziari e delle indagini.
Un caso che va oltre Report
Al di là di come si concluderà l’inchiesta, il caso solleva una questione strutturale: chi governa davvero le infrastrutture digitali della giustizia e con quali garanzie di trasparenza, tracciabilità e controllo democratico.
In un’epoca in cui la sicurezza informatica è parte integrante della sicurezza istituzionale, la sola esistenza di un dubbio sulla possibilità di controlli occulti è sufficiente a incrinare la fiducia. Ed è proprio questa, forse, la vera notizia.
