Google chiude una causa sulla privacy dei minori con un accordo da 30 milioni

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Google ha accettato di pagare 30 milioni di dollari per risolvere una class action negli Stati Uniti, che lo accusava di aver raccolto dati personali di bambini su YouTube senza il consenso dei genitori. Il caso riguarda contenuti rivolti ai minori visualizzati tra il 2013 e il 2020. L’accordo è ora al vaglio di un giudice federale.

Google ha accettato di versare 30 milioni di dollari per chiudere un contenzioso che lo vedeva accusato di aver raccolto dati personali di minori su YouTube, senza il consenso informato dei genitori. Il patteggiamento, presentato alla corte federale di San Jose in California, attende ora l’approvazione ufficiale del giudice Susan van Keulen. L’iniziativa legale è nata dalla denuncia presentata da genitori o tutori di 34 bambini, ma il caso potrebbe interessare una platea ben più vasta.

Raccolta dati sotto accusa: YouTube e i minori

L’azione legale copre un periodo che va dal 1 luglio 2013 al 1 aprile 2020, durante il quale milioni di bambini statunitensi sotto i 13 anni avrebbero visualizzato contenuti su YouTube. Video come cartoni animati e canzoni per l’infanzia sarebbero stati utilizzati come esca per ottenere informazioni personali degli utenti più giovani, successivamente sfruttate per la pubblicità mirata. Una pratica che ha sollevato forti preoccupazioni sul piano della privacy e della trasparenza nell’uso dei dati.

Risarcimenti simbolici, ma con impatto giuridico

L’accordo prevede risarcimenti economici destinati a milioni di utenti potenzialmente coinvolti. Se l’1–2% dei beneficiari presenterà effettivamente richiesta, i singoli indennizzi potrebbero oscillare tra i 30 e i 60 dollari. Si tratta di cifre contenute, soprattutto se confrontate con il numero di utenti toccati dalla vicenda. I legali dei querelanti, nel frattempo, hanno annunciato che chiederanno fino a 9 milioni di dollari per coprire le spese legali.

Questo episodio si inserisce in un contesto già segnato da precedenti analoghi. Nel 2019, Google era stata multata per 170 milioni di dollari in una causa promossa dalla Federal Trade Commission e dal procuratore generale di New York, con accuse simili. In quel caso, l’azienda aveva apportato modifiche alle sue politiche interne, introducendo un sistema per identificare i contenuti rivolti ai minori, così da evitarne la profilazione commerciale.

Al centro della questione c’è la legge federale COPPA, nata per garantire tutele specifiche ai minori che navigano online. La norma impone obblighi stringenti a chi gestisce piattaforme digitali, tra cui l’obbligo di ottenere un consenso verificabile dei genitori prima di raccogliere informazioni personali da bambini sotto i 13 anni. È interessante notare come, nonostante le dichiarazioni d’intenti e le sanzioni del passato, si sia reso necessario un nuovo intervento giudiziario per correggere comportamenti che appaiono tutt’altro che occasionali.

Questo caso rafforza l’idea che la tutela dei minori online richieda una vigilanza costante e strumenti normativi capaci di adattarsi alla velocità con cui evolvono le piattaforme digitali. Le regole esistono, ma è l’effettività della loro applicazione a determinare il grado reale di protezione.