I social media rendono tristi giovani occidentali secondo il rapporto ONU sulla felicità

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Il World Happiness Report 2026 documenta un calo della soddisfazione di vita tra i giovani under 25 nei paesi anglofoni e nell'Europa occidentale, con effetti più accentuati tra le ragazze e nelle piattaforme con feed algoritmici. L'Australia ha già alzato a 16 anni il limite di età per dieci social network, mentre Francia, Danimarca e Spagna stanno valutando misure analoghe.

Il World Happiness Report 2026, curato dal Wellbeing Research Centre dell’Università di Oxford in collaborazione con Gallup e la Rete delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, porta dati che diversi governi stavano aspettando per giustificare interventi normativi già avviati o in fase di discussione. Il rapporto analizza 147 paesi e mette in relazione il livello di soddisfazione di vita con l’uso dei social media, costruendo un quadro che vale soprattutto per chi ha meno di 25 anni e vive nell’area anglofona o nell’Europa occidentale.

La geografia del malessere giovanile

In 85 dei 136 paesi esaminati, i giovani under 25 risultano oggi più soddisfatti della propria vita rispetto a vent’anni fa. Il dato cambia radicalmente per una parte precisa del mondo.

USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda – identificati nel rapporto come area NANZ – registrano un calo medio di 0,86 punti su una scala da 0 a 10, collocandosi tra il 122° e il 133° posto nella classifica delle variazioni di felicità giovanile tra 136 paesi. Un crollo che nella sua intensità non ha paragoni altrove. Il calo colpisce in misura sproporzionata le ragazze, con differenze che in alcuni contesti nazionali sfiorano quasi un punto rispetto ai coetanei maschi. Gli autori del rapporto parlano di effetti misurabili “a livello di popolazione”, citando tra i danni diretti documentati il cyberbullismo e la sextortion, e tra quelli indiretti l’aumento di episodi depressivi e dei livelli generali di ansia.

L’Europa occidentale segue una traiettoria simile, ma con un’intensità inferiore. Escludendo UK e Irlanda – che si collocano in una posizione intermedia tra i paesi NANZ e il resto dell’Europa continentale – il calo medio per i giovani dell’Europa occidentale è di circa 0,30 punti. Una distanza numericamente contenuta rispetto ai dati nordamericani, ma comunque statisticamente significativa e in controtendenza rispetto al resto del mondo.

La variabile algoritmo e il peso delle piattaforme

Il rapporto dedica ampio spazio a distinguere tra forme diverse di utilizzo dei social, perché l’intensità dell’uso da sola racconta solo una parte del fenomeno. I dati del programma PISA su 47 paesi mostrano che le attività online si dividono in due gruppi con effetti opposti: comunicazione, accesso alle notizie, apprendimento e creazione di contenuti risultano associati a livelli di soddisfazione di vita più elevati; social media, gaming e navigazione per intrattenimento passivo mostrano invece un’associazione negativa, che si accentua al crescere delle ore giornaliere. Chi usa i social per meno di un’ora al giorno registra i livelli di benessere più alti, superiori anche a chi li evita del tutto. Le piattaforme con feed algoritmici progettati per massimizzare il tempo di permanenza, con contenuti di influencer e materiale prevalentemente visivo, mostrano le correlazioni più negative. Quelle orientate alla comunicazione diretta tra persone producono invece un’associazione positiva con il benessere. Jan-Emmanuel De Neve, professore di economia a Oxford e co-curatore del rapporto, ha precisato che l’impatto dipende largamente da quali piattaforme si usano, da chi le usa, in quale contesto e per quanto tempo.

Il contrasto con l’America Latina rende la questione ancora più complessa. Il Costa Rica è salito al quarto posto in classifica, il miglior risultato mai ottenuto da un paese latinoamericano. In tutta la regione, i giovani mostrano livelli di benessere elevati pur con un utilizzo dei social paragonabile a quello europeo. Gli autori attribuiscono questo dato alla solidità del capitale sociale: legami familiari e comunitari forti che sembrano attenuare gli effetti negativi dell’esposizione alle piattaforme.

L’Italia nel quadro europeo e le politiche che avanzano

L’Italia si colloca al 38° posto nella classifica generale, guadagnando due posizioni rispetto all’edizione precedente. I fattori che continuano a penalizzarla sono ricorrenti da anni: percezione diffusa della corruzione, scarsa fiducia nelle istituzioni, disuguaglianze territoriali tra Nord e Sud e un mercato del lavoro che offre prospettive limitate soprattutto ai giovani adulti tra i 18 e i 34 anni. Il punteggio italiano – attestato intorno a 6,4 su dieci secondo le ultime rilevazioni – la avvicina a paesi come Spagna e Francia, lontana dai vertici nordici ma ben al di sopra della media globale. Rispetto al tema specifico del benessere giovanile e dei social, l’Italia rientra nell’area di rischio europea: il calo registrato nell’Europa occidentale riguarda anche il contesto italiano, con i giovani che mostrano livelli di soddisfazione significativamente inferiori rispetto alle generazioni più anziane.

La Finlandia, che guida la classifica per il nono anno consecutivo, offre un punto di riferimento interessante anche sul fronte delle politiche digitali. Le scuole finlandesi hanno limitato l’uso degli smartphone durante le lezioni e puntano sull’alfabetizzazione digitale critica come materia curriculare.

Sul versante normativo, l’Australia ha già alzato a 16 anni il limite di età per l’iscrizione a dieci piattaforme, tra cui Facebook, Instagram, TikTok, X, YouTube e Snapchat. Francia, Danimarca e Spagna stanno valutando misure analoghe. Il rapporto, pur riconoscendo che i social media spiegano solo una parte del declino – le cause restano molteplici e variano da continente a continente – chiede ai legislatori di costruire politiche calibrate sulle differenze culturali e regionali, evitando soluzioni universali che rischiano di risultare inefficaci. Il dibattito si intreccia direttamente con il Digital Services Act e con le discussioni europee sulla tutela dei minori online, dove la questione del design algoritmico delle piattaforme è diventata un nodo regolatorio che i prossimi mesi probabilmente non lasceranno irrisolto.