Iezzi: “Usare l’AI in azienda è scegliere se vivere o morire”

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Durante il ForwardTalks di Milano, Pierguido Iezzi ha spiegato perché l’intelligenza artificiale non è più un’opzione, ma una necessità vitale per le imprese. Dalla cybersecurity alla governance dei dati, fino alla sovranità tecnologica europea, l’AI diventa l’asse su cui si gioca il futuro competitivo del continente. L’Italia, grazie alle infrastrutture digitali in costruzione, può ambire a un ruolo centrale nella rete dei dati.

Pierguido Iezzi, CEO e co-fondatore di Swascan (gruppo Tinexta), è uno dei principali esperti italiani di cybersecurity e cyber intelligence. Al ForwardTalks di Milano ha illustrato come l’intelligenza artificiale stia già trasformando il modo di lavorare nelle imprese e quale ruolo può avere l’Europa nel definire un equilibrio geopolitico delle tecnologie.

Qual è il percorso per utilizzare all’interno delle aziende, in sicurezza, l’intelligenza artificiale?

«Molto concretamente, prima di tutto dobbiamo avere la consapevolezza di quali sono i sistemi che oggi abbiamo in casa. La domanda da porsi è: quanti di noi hanno mai condotto una classica attività di asset software inventory? Durante la mappatura ci si rende conto che sistemi come il CRM o i sistemi di procurement hanno al loro interno una componente di intelligenza artificiale. Non è qualcosa di estraneo; è già parte integrante, anche nei nostri cellulari.

Fatto questo primo passaggio, l’altro punto da attenzionare è che tipo di dati tratta ogni oggetto. In base alla tipologia di dati, si può comprendere se si rientra nelle casistiche considerate vietate.

Un altro passaggio riguarda il rapporto e la contrattualizzazione degli acquisti di software che possono contenere componenti di intelligenza artificiale. È necessario rivedere i contratti, includendo elementi di protezione e tutela. Questo rientra nel framework di policy, procedure e comportamenti da adottare.»

Quanto contano cultura aziendale e governance dei dati in questo processo?

«La componente di formazione è molto importante perché tutela direttamente l’azienda e il top management, educando per il corretto utilizzo, ma al tempo stesso spinge l’azienda in un percorso di trasformazione che parte dal basso. Dobbiamo spiegare ai dipendenti che l’intelligenza artificiale è un’opportunità. Affermare che è un rischio o un’opportunità è una domanda senza senso. Oggi, la scelta se usare o meno l’AI è come chiedere “vuoi morire o vuoi vivere?”, poiché qualsiasi azienda deve utilizzarla per competere nel mercato. Bisogna spiegare ai dipendenti cos’è l’AI, quali sono i benefici e creare quel tessuto di competenze che permette di mappare i rischi potenziali che cresceranno e cambieranno costantemente.»

Sovranità e potere negoziale: che cosa ci dà la regolamentazione su questo piano?

«Partiamo dal presupposto che ci troviamo in una situazione in cui Cina e America sono i due player che comandano il mercato dell’intelligenza artificiale. Questo rende complicata la situazione, perché la conquista di qualsiasi territorio – dove il territorio siamo noi – significa raccogliere i nostri dati e poter manipolare le nostre opinioni e la nostra mente in base a come l’algoritmo è stato programmato e addestrato.

L’Europa in questo momento non ha la forza ed è in ritardo spaventoso rispetto ai due competitor. Lo strumento normativo potenziato, le regole, ha una valenza in realtà geopolitica.

Quando si pianificano investimenti, sorge un punto di attenzione: se si ha davanti qualcuno estremamente distante, investire per rincorrerlo significa che probabilmente non si riuscirà mai a raggiungerlo completamente. Forse ha più senso scegliere qualcosa di nuovo che sta per nascere, dove non c’è ancora un presidio solido, come il quantum computing. Oppure far diventare centri di eccellenza in Europa, come il mondo farmaceutico o l’agricoltura, talmente forti da poterli usare come elemento di trattativa.

Quando un paese, in questo caso l’Europa, viene colonizzato da una tecnologia, ci si trova in una situazione clientelare. In qualsiasi momento, la tecnologia – energia, satelliti – potrebbe essere tolta. L’Europa, per avere un ruolo e un potere al tavolo negoziale, deve essere protagonista e campione su un elemento di differenziazione. La scelta è tra l’essere costantemente in rincorsa o concentrarsi sull’elemento di differenziazione.»

Le regole possono bastare o serve una strategia industriale europea?

«Le regole, in questo momento, sono uno strumento di difesa. Siamo in piena difesa, ed è corretto, anzi è stata la nostra salvezza in questa fase. Però adesso è arrivato il momento di decidere, perché la difesa passiva significa perdere. Dobbiamo iniziare a reagire, e la reazione parte da una strategia condivisa a livello europeo.»

Quindi oggi l’Europa è ancora in difesa o può già passare all’attacco?

«In Italia stiamo portando avanti progetti estremamente importanti e dovremmo esserne orgogliosi. Ci sono progetti che riguardano i cavi sottomarini, che portano quasi il 90% dei dati e passano sulle coste siciliane, e la costruzione di data center di ultima generazione tra Calabria e Campania. Questa struttura trasforma l’Italia in quello che è il porto dei dati. Questo vantaggio di posizione può dare al nostro Paese un ruolo importante all’interno della Comunità Europea, perché i dati passano da noi.

Quando si parla di strategia e tattica, significa ragionare in quest’ottica. Le normative attuali sono state un elemento importantissimo che ci ha permesso di arrivare qui. Adesso dobbiamo decidere come reagire, altrimenti rischiamo di continuare a fare una difesa passiva o una rincorsa su qualcuno che è troppo distante.»