Editoriale

Il caso Cambridge Analytica si chiude ma la vera questione resta irrisolta

Antonino Polimeni

Avvocato, fondatore di Polimeni.Legal, da oltre vent’anni si occupa di diritto applicato al mondo digitale. Autore di numerosi libri, è presidente dell’Associazione Digital for Children, con cui promuove l’educazione digitale e guida missioni umanitarie nel mondo. Difende un’idea semplice: la tecnologia deve servire alle persone, non dominarle.

Vi ricordate lo scandalo Cambridge analytica? Quello che ha scosso Facebook fino alle fondamenta, rivelando come i dati di milioni di utenti fossero stati usati per manipolare voti e opinioni politiche. Ora quel capitolo si chiude, almeno sul piano giudiziario, con un patteggiamento miliardario che evita a Mark Zuckerberg e ai suoi più stretti collaboratori di salire sul banco dei testimoni (e di mostrare informazioni scomode). Giù il sipario e riflettori spenti sul processo. Definitivamente.

Nei giorni scorsi, alla Corte del Delaware, Meta da una parte e gli azionisti (non gli utenti) che avevano intentato la causa dall’altra, hanno raggiunto un accordo riservatissimo.

L’azione legale accusava i vertici dell’azienda di aver gestito con negligenza la vicenda Cambridge Analytica, causando danni economici e reputazionali, ma soprattutto, conseguentemente, un enorme calo in borsa.

I fatti li sapete, no?

Tutti inizia nel 2018, quando si scoprì che una società britannica aveva raccolto a causa di un bug di Facebook i dati di 87 milioni di utenti attraverso l’app “This is your digital life”. Questi dati furono poi usati per creare profili psicologici e orientare campagne come quella di Donald Trump e il fronte pro-Brexit. Nonostante Facebook sapesse già dal 2015 della violazione, non avvisò gli utenti coinvolti. Seguirono un crollo in borsa, audizioni parlamentari e una multa record di 5 miliardi di dollari dalla Federal Trade Commission. E gli azionisti erano neri.

L’accordo ha interrotto un processo che, secondo quanto imposto dalla normativa del Delaware, avrebbe potuto esporre pubblicamente email interne e decisioni controverse, che avrebbero messo in grande difficolà Zucky e co.

Perchè il punto ragazzi, non è solo la fuga di dati, ma anche la decisione di insabbiare tutto, e questo sembrerebbe più grave dei difetti di sicurezza che aveva la piattaforma.

Detto ciò, guardiamoci in faccia. Questo patteggiamento conferma un trend: le grandi aziende tecnologiche possono pagare per evitare processi pubblici che potrebbero generare precedenti scomodi. E questo, a mio parere, deve assolutamente alimentare il dibattito su come i sistemi legali riescano – mh… non riescano – a imporre vera accountability a soggetti con risorse pressoché illimitate.

Il caso, secondo me, si inserisce in un contesto europeo in cui normative come il Digital Services Act cercano di spostare il focus dal singolo episodio all’architettura della piattaforma e alle misure preventive. Questo dovrebbe avere come intento preciso quello di evitare i processi da cui, le big tech, ne escono sempre indenni. No?