Il diritto d’autore non era certo nato per regolare l’intelligenza artificiale, né per misurarsi con motori di ricerca capaci di sintetizzare l’informazione al posto degli utenti. Eppure è proprio il copyright che oggi viene chiamato a reggere l’urto dell’IA generativa. Al momento una sfida impari che sta mettendo a rischio la tenuta del sistema dell’informazione complessivamente considerato e che chiama i legislatori a darsi da fare per evitare che la frattura in atto diventi irreparabile. In questo scenario vanno inquadrate le mosse più recenti del Parlamento Europeo e dell’UK. Da un lato abbiamo la pressione su Google e sui suoi strumenti di ricerca basati sull’IA da parte del Regno Unito, dall’altro la richiesta del Parlamento europeo di applicare le regole sul diritto d’autore a tutti i modelli di intelligenza artificiale operanti nell’Unione. Due interventi diversi, ma che sembrano partire da una stessa consapevolezza. Non si può lasciare senza limiti la ricerca dei contenuti da parte dell’Ai, senza tutele il copyright e senza regole la gestione dei flussi informativi.
Il caso britannico. Ricerca e AI sotto sorveglianza
L’autorità per la concorrenza del Regno Unito ha avviato una consultazione su una serie di misure che incidono direttamente sul funzionamento del motore di ricerca di Google e sui suoi sistemi di intelligenza artificiale. È il primo intervento rilevante nell’ambito della nuova disciplina nazionale sui mercati digitali, entrata in vigore all’inizio del 2025, che consente un controllo mirato sulle grandi piattaforme tecnologiche, modellando gli obblighi sul comportamento concreto dei singoli operatori.
Il nodo centrale riguarda gli editori. Tra le ipotesi allo studio c’è l’obbligo per Google di offrire la possibilità di escludere i contenuti editoriali sia dall’addestramento dei modelli di IA sia dalla generazione dei riassunti automatici mostrati nei risultati di ricerca. Una misura che intercetta una preoccupazione ormai strutturale. L’AI generativa produce risposte sempre più complete, riducendo la necessità di cliccare sulle fonti originarie e mettendo in discussione i modelli economici su cui si regge gran parte dell’informazione online.
Accanto a questo, l’autorità britannica valuta requisiti rafforzati di attribuzione delle fonti, maggiore trasparenza sul posizionamento nei risultati di ricerca e meccanismi più efficaci per contestare eventuali distorsioni. L’obiettivo dichiarato non è bloccare l’innovazione, ma riequilibrare un rapporto di forza che, con l’integrazione dell’IA nella ricerca, rischia di diventare ancora più asimmetrico. E di facilitare anche la creazione di deepfake e manipolazioni di informazioni e consenso.
Quando la concorrenza diventa informazione
Dietro il linguaggio dell’antitrust, la posta in gioco è più ampia. I motori di ricerca potenziati dall’IA non si limitano a ordinare i contenuti. Molto più subdolamente li selezionano, li sintetizzano, li riformulano. In questo processo, il controllo dell’informazione tende a spostarsi dagli editori alle piattaforme che gestiscono algoritmi e modelli generativi. La regolazione della concorrenza diventa così uno strumento per intervenire non solo sugli equilibri di mercato, ma sulla struttura stessa dello spazio informativo digitale. È su questo stesso terreno che si innesta il fronte europeo del copyright.
Il Parlamento europeo e la linea sul copyright
La commissione Affari giuridici del Parlamento europeo ha approvato una relazione non legislativa che chiede l’applicazione delle norme sul diritto d’autore a tutte le intelligenze artificiali disponibili nell’Unione, indipendentemente dal luogo in cui i modelli siano stati addestrati. Il testo, guidato dal relatore Axel Voss, chiede inoltre che i settori culturali e creativi siano remunerati quando i loro contenuti protetti vengono utilizzati per l’addestramento dei sistemi di IA.
In buona sostanza, il legislatore vuole impedire che l’innovazione possa svilupparsi in una zona grigia normativa. Se i modelli di intelligenza artificiale si nutrono di contenuti editoriali, culturali e informativi, quel valore deve essere riconosciuto e regolato. Si tratta di tutelare economicamente autori ed editori, ma anche di stabilire condizioni chiare per l’uso dei contenuti che alimentano l’intero ecosistema informativo europeo.
La relazione sarà votata in plenaria a marzo e, pur non avendo effetti legislativi immediati, segna una linea politica netta. L’Unione rivendica la possibilità di applicare le proprie regole anche a modelli sviluppati fuori dai confini europei, inserendo il copyright nel più ampio discorso sulla sovranità tecnologica e sulla difesa del mercato unico digitale.
Una sfida che va oltre Google
Letti insieme, l’intervento britannico su Google e la posizione del Parlamento europeo mostrano una convergenza chiara. L’intelligenza artificiale viene considerata una vera e propria infrastruttura dell’informazione. E quindi in ballo ci sono sì la tutela degli interessi degli editori, dei diritti degli autori e della concorrenza fra imprese, ma si capisce che si apre una fase assai delicata che riguarda la stessa sostenibilità del giornalismo, la riconoscibilità delle fonti e la distribuzione del potere informativo.
La sfida a Google diventa così simbolica, perché il più noto tra i motori di ricerca diventa modello attraverso cui l’AI generativa sta ridefinendo l’accesso ai contenuti e il ruolo degli intermediari digitali. L’Europa prova a rispondere con gli strumenti che ha a disposizione, le discipline su concorrenza e copyright che andranno messe al passo con i tempi, per evitare che il controllo dell’informazione si concentri definitivamente nelle mani di pochi attori globali.
