Un tribunale olandese ha ordinato a Meta di offrire agli utenti un feed cronologico e non profilato, applicando per la prima volta il Digital Services Act. Una decisione che, se confermata anche in appello, potrebbe modificare l’equilibrio su cui si regge l’intero ecosistema dei social network.
Il modello economico di queste piattaforme, come sappiamo tutti, si fonda sull’attenzione. Ogni secondo passato a scorrere un feed rappresenta valore economico. Più tempo online, più annunci visualizzati, più dati raccolti, più precisione nel targeting pubblicitario.
Non devo nemmeno spiegarvelo. L’algoritmo, che è il motore di questo sistema, seleziona i contenuti che ci piacciono, amplifica quelli che suscitano emozioni forti e costruisce per ciascuno di noi un mondo su misura, ottimizzato per tenerci incollati allo schermo.
Ma dietro questa logica c’è una dimensione psicologica potente. I social sono progettati per attivare i circuiti cerebrali della ricompensa. Ogni like pompato da chi vede solo cose che piacciono, ogni commento, ogni contenuto che ci coinvolge stimola il rilascio di dopamina, quella che ci piace, la stessa sostanza che il cervello produce per segnalare piacere o successo.
E così, il risultato è una forma di condizionamento: siamo addestrati a tornare. Siamo addestrati a cercare quel piccolo stimolo che ci gratifica.
Il tribunale olandese, come dicevo, rompe questo meccanismo. Salvo modifiche in appello, Meta dovrà consentire agli utenti di scegliere in modo effettivo tra un feed algoritmico e uno cronologico, rendendo questa opzione visibile e facilmente attivabile. Wow.
A prima vista è una cosa meravigliosa. Si torna ad ascoltare tutti. Viva la legge. In teoria l’effetto sarebbe anche sociale: meno contenuti selezionati in base alle emozioni, meno polarizzazione, meno camere dell’eco. La cronologia restituisce parità di visibilità ai contenuti, riducendo la spinta artificiale verso gli estremi. Una cosa meravigliosa.
Ma attenzione, perchè il feed cronologico rompe anche l’equilibrio del piacere.
E allora mi chiedo, vi chiedo, quanti utenti, alla lunga, sceglieranno davvero il feed neutro? Dopo anni di esposizione al piacere immediato dell’algoritmo, la maggior parte delle persone tenderà probabilmente a restare dove riceve più gratificazione. Per questo, la libertà di scelta rischia di essere solo teorica. probabilmente il comportamento umano segue la logica del piacere, non quella della trasparenza.
Per le imprese che investono sulle piattaforme, invece, questa trasformazione avrebbe un impatto diverso. E’ pur vero che le adv (e le relative profilazioni) non verrebbero intaccate dalla sentenza olendese. Tuttavia, un social che trattiene meno gli utenti è un social con meno spazio pubblicitario e, quindi, meno margini di conversione. Meno tempo significa meno dati e un colpo diretto al cuore del modello economico che regge il settore, sia per le grandi piattaforme che per chi ci investe sopra.
La decisione olandese è, dunque, più di una semplice sentenza. Probabilmente è un vero e proprio segnale (pratico) di come il diritto europeo stia iniziando a incidere sul modello stesso dell’economia digitale. Dobbiamo quindi osservare e rimanere costantemente vigili e chiederci cosa vogliamo davvero.Tifiamo per i diritti, condanniamo l’ipnosi da social, ma siamo disposti a rinunciare al piacere? E vogliamo davvero che le aziende imparino a costruire valore sulla relazione autentica e sul contenuto che resta utile anche fuori dal feed? Si, certo, questo lo vogliamo, ma siamo pronti a tutto questo?
