Editoriale

Il meraviglioso token del porno italiano, tra cultura e analfabetismo

Antonino Polimeni

Avvocato, fondatore di Polimeni.Legal, da oltre vent’anni si occupa di diritto applicato al mondo digitale. Autore di numerosi libri, è presidente dell’Associazione Digital for Children, con cui promuove l’educazione digitale e guida missioni umanitarie nel mondo. Difende un’idea semplice: la tecnologia deve servire alle persone, non dominarle.

Serve equilibrio per parlarne, serve tenere lontani populismi e slogan.

Serve prendere l’argomento con la massima serietà e competenza.

Oggi, la pornografia online è diventata la principale fonte di educazione sessuale per intere generazioni di bambini e preadolescenti, spesso prima ancora che abbiano gli strumenti per decodificarla.

Parlo di un problema importante relativo allo sviluppo, e neanche per idea una questione di morale.

Gli studi, quelli seri (dall’Australian Institute of Family Studies al dossier Telefono Azzurro 2024), raccontano tutti la stessa storia, in modo unanime: l’esposizione precoce a contenuti pornografici altera la percezione delle relazioni, del consenso e dell’identità. A otto o nove anni, un cervello ancora in formazione non distingue tra finzione e realtà. Ciò che vede diventa norma. E allora il sesso non viene concepito per quello che è, ovvero un linguaggio affettivo, ma diventa una vera e propria performance. I ricercatori parlano di “trauma silenzioso” nel senso che l’impatto non è visibile subito, ma riaffiora nel tempo come distorsione emotiva, come incapacità di associare il piacere all’empatia, come anestesia. Anestesia affettiva.

Secondo gli studi l’effetto è tanto più profondo quanto più precoce è l’esposizione. Un bambino che si forma davanti a un modello di dominazione o di violenza normalizzata, interiorizza quel modello come linguaggio della relazione. È un danno cognitivo e affettivo grave.

Dal 12 novembre, il filtro italiano

E allora, dal 12 novembre, per la prima volta in Europa, chi vorrà accedere a siti pornografici in Italia dovrà dimostrare di essere maggiorenne. AGCOM ha individuato 48 piattaforme soggette all’obbligo, tra cui colossi globali come Pornhub, YouPorn e OnlyFans. Se non si adegueranno verranno oscurate dal territorio nazionale.
La misura discende dal Decreto Caivano, che affida all’Autorità il compito di impedire ai minori l’accesso a contenuti sessualmente espliciti. È un intervento di portata storica, che, come vedremo tocca la frontiera tra libertà digitale, tutela dei minori e diritto alla privacy.

E, almeno sulla carta, è un intervento tecnicamente ben costruito e si basa sull’utilizzo di SPID o Carta di Itentità Elettronica per certificare la propria età.

Ma, contrariamente a quanto si è letto nei titoli più allarmisti, non sarà necessario accedere ai siti porno tramite SPID o CIE. Ovvio che no. Ci sarebbero implicazioni privacy molto rilevanti altrimenti.

E allora come funzionerà il meccanismo di verifica dell’età?

Il meccanismo prevede il coinvolgimento di alcuni siti terzi, (ancora non identificati…) sui quali sarà necessario usare lo SPID o la CIE, per ottenere un OTP. Questi siti non accerteranno l’identità, che scarteranno nell’immediatezza del collegamento, ma prenderanno solo l’età (come chi compra le sigarette all’automatico con il codice fiscale). Accertata la maggiore età questi siti dovranno restituire un codice anonimo temporaneo, un token, un OTP appunto.

Con questo codice l’utente potrà collegarsi a un qualsiasi sito per adulti e, inserendolo, potrà accedere ai contenuti.

Così il sito riceve il codice, ma non conosce l’identità. Il soggetto che rilascia il codice, a sua volta, oltre a non acquisire alcun dato sull’identità, non saprà su quale sito verrà usato il codice.

È un sistema basato su una doppia cecità: chi verifica non vede cosa, chi offre il contenuto non sa chi.

Funziona meglio rispetto al passato, dove per accedere a un cinema a luci rosse, per noleggiare una videocassetta o per comprare un giornalino, dovevi mostrare il tuo documento, nella piena consapevolezza dello svelamento della propria identità. E’ un eufemismo più che un paragone, si intende.

In termini di privacy, il nuovo meccanismo non genera alcun registro di utenti interessati ai siti porno (chi consegna i codici svolge solo un lavoro tecnico di verifica e dazione del token e non salva nulla) e non viene tracciata alcuna cronologia personale.

Anzi, per paradosso, questa misura protegge più della normale navigazione alla quale nessuno bada. Quando navighiamo su Google facendo le nostre ricerche di siti erotici o quando proprio accediamo al sito stesso, infatti, lasciamo impronte digitali infinitamente più dettagliate (basta solo l’indirizzo IP o l’ID di Google). Qui, per la prima volta, un’istituzione pubblica adotta (tramite terzi) un meccanismo che minimizza la raccolta dei dati.

È una buona notizia, e va detto chiaramente.

La misura è tecnicamente solida, innovativa e rispettosa della riservatezza.

Casomai, qui il problema non è la tecnologia, ma l’ecosistema di fiducia che (non) la sostiene.

Chi garantirà che i certificatori restino indipendenti? Che le infrastrutture non vengano utilizzate per altri scopi? Che il principio di “doppia cecità” non venga piegato, un domani, a fini diversi dalla tutela dei minori? Ma queste domande attengono a una mancanza di fiducia che, in realtà, è un topic diverso: non si può vietare la vendita del coltello perché potenzialmente il coltello può uccidere qualcuno. E’ un importante nodo culturale questo, a mio avviso.

Dal punto di vista tecnico, quindi, la misura è valida e ben congegnata.

Dal punto di vista culturale, apre una porta che richiede vigilanza, trasparenza e consapevolezza.

Un filtro inefficace

Benissimo, e allora la misura è corretta nei principi e coerente nella tecnica. Ottimo, ma c’è solo un piccolo problema: non funzionerà.

O meglio, potrebbe funzionare proprio per i bambini più piccoli, ma in generale, i minori non resteranno fuori. Impareranno velocemente a usare una VPN. Magari una VPN gratuita. E non ci vorranno settimane. Basteranno un paio di messaggi su un gruppo Whatsapp.

“Non va il sito?”, scriverà qualcuno. “Scarica questa app, è gratis.”.

Ed ecco che, nel giro di pochi giorni, la barriera costruita per proteggerli diventa la porta d’ingresso verso un rischio ancora maggiore: traffico instradato attraverso server anonimi (soprattutto nel mercato delle VPN gratuite), fuori controllo, dove ogni dato personale – lì sì – può essere intercettato.

È un po’ il paradosso delle misure preventive: invece di ridurre il pericolo, lo spostano altrove, dove è meno visibile e più dannoso.

Il filtro imposto da AGCOM è, quindi, una soluzione giuridicamente pulita ma inefficace.

Ed non solo tecnicamente, ma anche pedagogicamente.

Blocca i siti, ma non educa. E soprattutto non distingue tra i contenuti realmente pericolosi (violenti, degradanti, criminali) e quelli che, pur espliciti, fanno parte della sfera intima di adulti consenzienti.

Lo ripeto spesso, nella mia attività di presidente dell’Associazione Digital for Children: invece di chiudere a chiave una porta, spesso basta insegnare a non attraversarla. Ed è esattamente questo il punto, in questo caso.

L’educazione digitale è la vera la frontiera dimenticata

Io credo che dietro ogni misura tecnica, dietro ogni decreto e ogni algoritmo, resti un fatto davvero semplice: il primo filtro è un genitore, mica un token o un otp.

Nessuna piattaforma, per quanto sofisticata, potrà mai sostituire l’educazione, la presenza, la parola. E in Italia, anzi, credo che ci sia un ulteriore upgrade da fare sull’educazione: oltre a quella verso i ragazzi credo sia necessaria l’educazione verso i genitori.

Forse è proprio questa la vera emergenza.

Senza addentrarmi nella scellerata idea di concedere un account delle varie piattaforme ai propri figli già quando hanno 8 o 9 anni (violando la legge!) per poi lamentarsene, mi limito, qui di seguito, ad una considerazione tecnicamente più semplice.

La maggior parte dei genitori non sa di avere già, in mano, nel proprio cellulare con cui forse sta leggendo questo aricolo, strumenti per proteggere i propri figli. I sistemi operativi di telefoni e tablet includono da anni funzioni di parental control, ma sono disattivate, sconosciute o considerate superflue.

E invece, deleghiamo allo Stato la funzione educativa che la famiglia e la scuola hanno smesso di esercitare.

Proteggere i minori significa formare coscienze digitali nelle persone (bambini e adulti) e non costruire muri e argini digitali.

Significa spiegare cosa stanno guardando, aiutarli a capire che ciò che vedono non è realtà, che i social sono meno virtuali di quel che si possa immaginare o che la sessualità è relazione, bellezza, dialogo, anche insicurezza e non è consumo, violenza, forza.

Significa insegnare a usare la tecnologia con responsabilità invece che vietarla. Come per esempio nel caso del divieto di portare i cellulari a scuola. Che poi i ragazzi tornano a casa con la fame di digitale e si ipnotizzano ancora di più. Ma non voglio qui andare off topic.

Il problema non è assolutamente l’accesso al porno.

Il problema è la mancanza di alfabetizzazione sia affettiva che digitale. Nelle famiglie e nelle scuole.

E in questo vuoto, ogni misura tecnica (anche la più avanzata e tecnicamente perfetta) è solo una toppa su una crepa che attraversa la cultura.