Da anni il mercato delle licenze software usate in Europa si regge su un equilibrio fragile, costruito attorno a sentenze europee, pratiche commerciali contestate e interessi economici che si scontrano apertamente in aula. Protagonista di questo scontro è ValueLicensing, rivenditore britannico con sede a Derby, che nel 2021 trascinò Microsoft davanti al Competition Appeal Tribunal del Regno Unito chiedendo 270 milioni di sterline di risarcimento. L’accusa era precisa: il gigante di Redmond avrebbe inserito clausole nei contratti con i clienti aziendali per bloccare la rivendita delle licenze perpetue di Windows e Office, offrendo in cambio sconti sugli abbonamenti ai servizi cloud e accelerando così la migrazione verso Microsoft 365 a scapito del mercato secondario. Ora quella disputa, diventata nel tempo un caso emblematico per chiunque lavori con il software nelle imprese europee, torna in primo piano con un nuovo appuntamento: le udienze d’appello fissate per il 28 e 29 aprile 2026 davanti alla Court of Appeal britannica.
La svolta sul copyright e la sentenza del novembre 2025
Il procedimento ha preso una piega inattesa nel corso del 2025, quando Microsoft ha abbandonato la difesa classica basata sulla negazione delle violazioni concorrenziali per abbracciare una tesi completamente diversa: la rivendita di licenze perpetue costituirebbe una violazione del suo diritto d’autore. La mossa ha sorpreso gli osservatori, incluso il Managing Director di ValueLicensing Jonathan Horley, che l’ha descritta come una “coincidenza notevole”, aggiungendo che la difesa di Microsoft era passata dal “non abbiamo fatto niente di sbagliato” al “quel mercato non avrebbe mai dovuto esistere”. Il Competition Appeal Tribunal non ha condiviso questa impostazione: nella sentenza unanime del novembre 2025 ha stabilito che la rivendita di licenze perpetue di software Microsoft è legale, respingendo sia l’argomento sul copyright sia la tesi secondo cui le aziende non possano cedere solo una parte del pacchetto licenze acquistato. Microsoft, che aveva anticipato l’intenzione di fare ricorso, ha confermato il disaccordo e si è mossa di conseguenza.
Al centro dell’appello ci sono due questioni giuridiche distinte. La prima attiene alla competenza: il CAT può decidere su questioni di copyright nell’ambito di un procedimento antitrust? Microsoft ritiene di no e considera questo argomento dirimente anche per bloccare la class action parallela nota come procedimento Wolfson, sostenendo che le questioni di copyright non possano essere trasferite alla High Court nel contesto di un’azione collettiva. La seconda questione riguarda il merito del diritto d’autore applicato al software: Microsoft sostiene che elementi come l’interfaccia grafica di Office non rientrino nella definizione di “programma per elaboratore” coperta dalla direttiva europea, e che quindi le norme sull’esaurimento del diritto, quelle che consentono la rivendita, non si applichino a questi componenti. Se la Corte d’Appello accogliesse questa tesi, verrebbero messe in discussione le fondamenta giuridiche su cui si regge l’intero mercato secondario del software in Europa, compresa la dottrina sancita dalla sentenza UsedSoft contro Oracle della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
A rendere più complessa la situazione processuale, un’altra azione legale ha chiesto e ottenuto di partecipare all’udienza come parte interveniente. Si tratta di una class action miliardaria avviata nel 2025, sostenuta dallo studio legale Stewarts LLP, che monitora da vicino gli sviluppi del caso ValueLicensing perché l’esito dell’appello potrebbe avere effetti diretti sul suo stesso procedimento.
Una partita che vale più dei 270 milioni in gioco
Microsoft non ha commentato la presenza della class action all’udienza, e Stewarts LLP non ha risposto alle richieste di dichiarazione. Horley ha invece sottolineato come le questioni sollevate dall’appello, in particolare quella sulla giurisdizione del CAT in materia di copyright, abbiano un peso che va ben oltre il singolo contenzioso, perché ridefinirebbero i confini entro cui le imprese europee possono acquistare, usare e cedere il software che hanno regolarmente acquistato. Nel frattempo, il procedimento principale resta sospeso in attesa che gli appelli vengano definiti: una circostanza che ValueLicensing ha già bollato come tattica dilatoria, mentre si avvicina la data dell’udienza che potrebbe cambiare le regole del gioco per migliaia di aziende che ogni giorno gestiscono contratti di licenza software nelle proprie infrastrutture digitali.
