Tutela dei minori, i genitori accusano Meta di pubblicità ingannevole

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Il Moige denuncia Instagram per una campagna considerata ingannevole e contraria alle norme di autodisciplina. La vicenda riapre il nodo della verifica dell’età e dei doveri delle piattaforme nel rispetto del Digital Services Act. Un caso che mette alla prova la credibilità del diritto digitale europeo e la reale accountability di Meta.

Il Movimento Italiano Genitori ha portato all’attenzione pubblica una questione che tocca il cuore del diritto digitale e cioè la responsabilità delle piattaforme nella tutela dei minori. L’associazione ha denunciato una recente campagna di Instagram, sostenendo che sia ingannevole perché sposta l’onere della verifica dell’età su soggetti esterni come Apple e Google. Secondo il Moige, questa strategia rappresenta un modo per aggirare obblighi già previsti dalla legge e dalle norme di autodisciplina, e per preservare gli interessi commerciali di Meta.

Il direttore generale Antonio Affinita ha annunciato un reclamo formale al Comitato di Controllo dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, chiedendo di sospendere la campagna. Nelle sue parole emerge una critica chiara: le piattaforme non possono continuare a sottrarsi alle proprie responsabilità. In Italia, si stima che oltre tre milioni di minori abbiano un profilo social nonostante i limiti d’età imposti. È un dato che mostra quanto la distanza tra regole e realtà resti ampia, e quanto le piattaforme continuino a godere di un margine operativo che nessun altro settore avrebbe mai potuto rivendicare.

La questione della verifica dell’età digitale

Il dibattito non nasce oggi. Nel 2021, dopo un tragico episodio che coinvolse una bambina di dieci anni, il Garante Privacy ordinò a TikTok di accertare l’età dei suoi utenti. La piattaforma cancellò centinaia di migliaia di profili, ma non introdusse un sistema di controllo stabile. Da allora, l’autodichiarazione è rimasta la modalità prevalente per l’accesso ai social. È una pratica che evidenzia un limite strutturale. La tutela dei minori resta affidata alla buona fede dell’utente, non a strumenti verificabili.

La denuncia del Moige si fonda su principi chiari del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, in particolare gli articoli 2 e 46, che vietano messaggi ingannevoli e contrari alla correttezza professionale. Ma la vicenda non si ferma qui. Il Digital Services Act europeo impone ai gestori delle piattaforme di garantire trasparenza, proporzionalità e protezione dei minori. Se le accuse dovessero essere confermate, Meta si troverebbe di fronte a un nuovo fronte di responsabilità che si aggiunge a quelli già aperti in materia di privacy e profilazione.

Accountability e doppio standard delle piattaforme

Il nodo centrale riguarda la coerenza. Le stesse aziende che chiedono ai clienti business documenti d’identità per attivare campagne pubblicitarie dichiarano di non poter adottare meccanismi simili per gli utenti comuni. Una posizione che, per il Moige, non è legata a limiti tecnici ma a scelte strategiche. Ridurre il numero di utenti attivi significherebbe diminuire i ricavi pubblicitari, e questo spiega la riluttanza a introdurre controlli più rigorosi.

La vicenda mostra anche la difficoltà di applicare concretamente i principi del diritto digitale. Le regole esistono, ma la loro attuazione dipende dalla volontà delle piattaforme e dalla capacità delle autorità di vigilanza di intervenire in modo tempestivo. La tutela dei minori, in questo scenario, diventa un indicatore di affidabilità del sistema. Se le piattaforme riusciranno a garantire verifiche reali e non simboliche, sarà un passo avanti verso un ecosistema digitale più trasparente e responsabile.

Verso un nuovo equilibrio tra regole e innovazione

Il caso Instagram non è solo una disputa tra un’associazione e una piattaforma. È un banco di prova per capire se l’Europa riuscirà a trasformare i suoi principi normativi in tutele effettive. La tecnologia evolve rapidamente, ma le regole non possono restare meri enunciati di principio. Ciò che è in gioco è la fiducia: quella dei genitori, delle istituzioni e di chi lavora nel digitale. Le piattaforme che sapranno coniugare innovazione e responsabilità potranno diventare modelli di sostenibilità tecnologica, non solo economica. Le altre continueranno a inseguire strategie di immagine, sperando che nessuno chieda conto dei loro numeri.