Teresa Ribera incontra i CEO di Google, Meta e Amazon. Poi vola a Stanford, passa da Y Combinator, si siede con i ricercatori di OpenAI. La Commissaria europea alla Concorrenza è in missione negli Stati Uniti, tra California, Washington e New York, in un momento in cui Bruxelles si avvicina alle prime decisioni sostanziali sotto il Digital Markets Act. Una missione che combina enforcement regolatorio, diplomazia ad alto livello e un tentativo di anticipare le trasformazioni che l’intelligenza artificiale sta imponendo all’intera architettura della concorrenza digitale. A gennaio 2026, Ribera ha già fissato una scadenza di sei mesi per l’adeguamento agli obblighi di interoperabilità, chiedendo a Google di spiegare come intende rispettare le norme sulla condivisione dei dati di ricerca con i concorrenti. Una prima decisione formale di non conformità, con sanzioni fino al 10% del fatturato globale annuo, appare sempre più vicina, e il fatto che la Commissaria abbia scelto di presentarsi di persona nei quartier generali delle aziende coinvolte dice molto sulla posta in gioco.
Il contesto geopolitico in cui si muove Ribera è tutt’altro che neutro. L’amministrazione Trump ha ripetutamente definito il DMA una barriera non tariffaria discriminatoria nei confronti delle aziende americane, minacciando ritorsioni commerciali in caso di sanzioni pesanti, e il Segretario al Commercio Howard Lutnick ha fatto pressione su Bruxelles perché adottasse un approccio calibrato in cambio di progressi sui dazi sull’acciaio e sull’alluminio. Ribera ha respinto pubblicamente ogni tentativo di condizionamento, affermando che il regolamento digitale europeo non è disponibile per nessuna trattativa.
Google Search, il caso che può fare da standard per tutte le piattaforme
Il cuore della missione è il procedimento su Google Search, aperto dalla Commissione due anni fa per sospetta auto-preferenziazione dei propri servizi, come shopping, mappe e viaggi, nei risultati di ricerca, in violazione degli obblighi di neutralità previsti dal Digital Markets Act.
Qualsiasi decisione formale su questo caso avrà un peso che va molto oltre Google. Il DMA, a differenza del diritto antitrust tradizionale, impone obblighi ex ante ai cosiddetti gatekeeper: significa che una pronuncia su Google Search diventa immediatamente riferimento interpretativo per tutte le altre piattaforme designate, ridisegnando i margini di azione lecita per Meta, Amazon, Apple e chiunque altro operi su scala sistemica nel mercato digitale europeo. Le prime decisioni contro Apple e Meta nel 2025 sono arrivate con importi calibrati al ribasso, secondo molti analisti proprio per evitare un’escalation con Washington. Il 2026 è l’anno in cui si capisce se Bruxelles è disposta ad alzare la posta oppure se il DMA resterà, come altri regolamenti ambiziosi prima di lui, più efficace sulla carta che nell’applicazione concreta. La presenza di incontri con OpenAI e con l’ecosistema dell’intelligenza artificiale californiano aggiunge un livello ulteriore alla missione: Bruxelles sta già ragionando su come le regole di concorrenza si applicano quando l’intermediazione tra utenti e informazioni passa sempre meno da un motore di ricerca tradizionale e sempre più da un assistente conversazionale. Il 23 marzo 2026, intanto, un ampio fronte di broadcaster europei, Canal+, RTL, Mediaset, ITV, Sky, Disney, Warner Bros. Discovery tra gli altri, ha inviato una lettera formale a Ribera chiedendo di estendere gli obblighi del DMA alle smart TV e agli assistenti vocali come Siri e Alexa, ritenuti ormai gatekeeper di fatto per la distribuzione dei contenuti digitali.
Apple Maps e Apple Ads sono stati esclusi dalla designazione come gatekeeper nel febbraio 2026 per livelli di utilizzo insufficienti. I modelli di linguaggio e gli assistenti AI potrebbero seguire un percorso diverso, e la missione americana di Ribera serve anche a capire in anticipo dove si stanno spostando i confini del potere di mercato prima che la regolazione arrivi in ritardo a inseguirli.
