Alzare la mano e dire il proprio nome, come si faceva nell’agorà ateniese. È questa l’immagine evocata da Dimitris Papastergiou, ministro della governance digitale greco, per spiegare la proposta che il governo di Atene sta mettendo a punto: obbligare le piattaforme social a verificare l’identità reale di ogni utente che apre un account. L’annuncio è arrivato a margine del Forum Economico di Delfi ed è significativo che sia stato fatto proprio lì, in un contesto che richiama esplicitamente le radici della democrazia occidentale. La misura è già in lavorazione all’interno dell’ufficio del premier Kyriakos Mitsotakis e rappresenta uno dei dossier più delicati che il governo greco abbia messo sul tavolo negli ultimi mesi.
La diagnosi da cui parte l’esecutivo è chiara: l’anonimato è considerato il principale motore della tossicità che avvelena il dibattito pubblico online. Dietro profili senza nome o identità false proliferano molestie coordinate, campagne di diffamazione, minacce, disinformazione sistematica e discorsi d’odio. In più occasioni le forze dell’ordine greche hanno cercato di risalire all’identità di utenti che avevano violato la legge attraverso i loro messaggi digitali, senza ottenere risultati. Papastergiou ha sintetizzato il problema con una formula diretta: chiunque può distruggere la reputazione di qualcuno senza pagarne il prezzo. Questo, secondo il ministro, non è compatibile con una democrazia sana.
Pseudonimi sì, identità fantasma no
Il vicepremer Pavlos Marinakis ha introdotto una distinzione che cambia in parte i termini del dibattito. L’obiettivo dichiarato non è eliminare la possibilità di usare uno pseudonimo, ma fare in modo che ogni profilo rimandi a una persona reale e identificabile. In altre parole, si potrebbe continuare a chiamarsi con un nome diverso dal proprio, purché da qualche parte esista un legame verificabile con un’identità reale. Marinakis non ha escluso che misure analoghe possano essere estese anche ad altri ambiti del web, compresi gli articoli pubblicati online con firma.
La proposta si inserisce in un contesto politico interno che non è possibile ignorare. La Grecia andrà alle urne all’inizio del 2027 e la campagna elettorale è già informalmente avviata. I social media sono diventati uno spazio in cui la dialettica politica degenera con frequenza in attacchi personali, manipolazione dell’informazione e uso strumentale di account anonimi a sostegno di questa o quella forza politica. Il governo Mitsotakis ha scelto di affrontare il tema in modo diretto, con tutte le implicazioni che una misura del genere porta con sé quando è un esecutivo a promuoverla a ridosso di una scadenza elettorale. L’intreccio tra regolazione digitale e strategia politica è uno degli elementi su cui i critici si soffermano con maggiore insistenza.
Sul piano tecnico il quadro è più articolato di quanto la proposta lasci intendere. Papastergiou ha riconosciuto che esistono molti modi tecnici per implementare un sistema di verifica dell’identità, senza però entrare nei dettagli. Le organizzazioni per i diritti digitali avvertono da anni che limitare l’anonimato online espone a rischi concreti chi opera in contesti sensibili: giornalisti, attivisti, persone che denunciano abusi o che vivono in ambienti ostili. Le piattaforme, dal canto loro, hanno tutto l’interesse a conservare l’attuale architettura: miliardi di account anonimi o multipli sono parte integrante dei loro modelli di business, e qualsiasi obbligo di verifica rappresenta un costo operativo e un rischio regolatorio che preferirebbero evitare.
Un nodo che l’Europa non può rimandare
I critici della proposta greca sottolineano che un’azione esclusivamente nazionale sarebbe difficile da implementare in modo efficace su piattaforme che operano su scala globale e che hanno sede legale fuori dall’Unione europea. Un approccio coordinato a livello europeo, eventualmente nell’ambito del Digital Services Act, garantirebbe maggiore coerenza giuridica e una capacità di enforcement più robusta nei confronti dei grandi operatori. La tensione tra la necessità di rendere responsabili gli utenti e la tutela della libertà di espressione è al centro del dibattito che diversi governi europei stanno cercando di affrontare, ciascuno con strumenti e tempistiche diverse, mentre Bruxelles osserva e valuta fino a che punto spingere una regolazione comune.
La proposta greca rimane per ora a livello di intenzione politica, senza un testo normativo definito e senza una tabella di marcia precisa per l’approvazione parlamentare.
