La riforma non serviva, la rivoluzione sì. Tra Fight Club e Minority Report, la giustizia italiana è all’anno zero.

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La riforma costituzionale della giustizia viene respinta mentre cresce il consenso sulla necessità di interventi strutturali su tempi e organici. L’uso dell’AI nei processi legali emerge come strumento già ampiamente utilizzato e pone nuovi interrogativi

La riforma costituzionale della Giustizia è stata bocciata dalla maggioranza degli italiani Eppure la stessa maggioranza degli italiani riconosce che la giustizia in Italia funzioni molto male. Mi riconosco tra quelli che riteneva la riforma costituzionale degna di essere cassata ma altrettanto tra quelli che crede sia necessario un profondo cambiamento nel funzionamento.

La mancata concertazione

Il primo punto di un’umile ricetta è riconoscere che alcuni aspetti, soprattutto quelli derivanti dal delicato equilibrio democratico, devono essere concertati dal Parlamento in maniera congiunta. La Costituzione prevede che, raggiunti i due terzi della maggioranza parlamentare nelle votazioni di Camera e Senato, la riforma non debba richiedere approvazione referendaria. Sulla separazione delle carriere in sé, sganciata dai meccanismi più divisivi del pacchetto Nordio, le differenze potrebbero essere superate.

Così come potrebbero essere superate in ambito legislativo ordinario per un miglior funzionamento del processo civile, eliminando le storture della Cartabia e riscrivendo il rito con un semplice passaggio che indichi che alle norme del rito civile si applicano le procedure del rito del lavoro. Senza troppi giri di parole.

Altro punto fondamentale, soprattutto nel processo penale, è considerare che nel rito monocratico una quota crescente di procedimenti viene gestita da giudici onorari, professionisti, per lo più avvocati (ma anche, considerando il processo minorile, psicologi, assistenti sociali, pedagogisti) che non hanno superato il concorso in magistratura e che suppliscono alle carenze di organico.

È un po’ come chiedere ai supplenti di reggere il peso di titolari di cattedra. Lo fanno, spesso con passione ma non sempre con la necessaria competenza ed esperienza, in un sistema che si basa quindi su un’insufficienza strutturale acclarata.

Ed è sulla carenza di organico che si gioca il vero punto di interesse, quello che permetterebbe alla giustizia di procedere in maniera più funzionale.

“Non ci sono i fondi”, il disco rotto che da trent’anni tiene in ostaggio qualsiasi riforma vera. Ma senza entrare nelle ramificazioni del bilancio statale, non possiamo più ignorare l’impatto positivo che l’AI generativa sta avendo e può avere ancor di più nel lavoro dei tecnici del diritto, siano essi avvocati, giudici o periti CTU. Non parliamo di fantascienza ma di strumenti che già oggi accelerano concretamente i tempi di lavoro.

Tra Fight Club e Minority Report

Anche perché, nell’utilizzo dell’AI, vige la prima regola del Fight Club: nessuno parla del Fight Club. E quindi nessuno parla dell’utilizzo dell’AI nel proprio lavoro. Questo, almeno ufficialmente.

Nel concreto, almeno per la mia esperienza personale, non c’è singolo magistrato o collega (con buona pace di chi ha un rifiuto organico verso questi strumenti) con cui abbia parlato che non abbia dichiarato candidamente di usare l’intelligenza artificiale per le ricerche normative, per la stesura di bozze di atti, per l’impostazione di tesi strategiche.

Il punto quindi non è l’integrazione del mezzo, che permetterebbe un’accelerazione dei tempi processuali capace di aggredire lentezze ataviche, sia nel penale che nel civile, che nessuna separazione delle carriere potrebbe affrontare.

Il punto è dotarsi di una visione che preveda l’integrazione dell’AI con una cultura rigorosa del controllo ultimo degli operatori del diritto, e in ultima battuta dei magistrati, per fare in modo che alla diminuzione dell’oramai insostenibile carico materiale di lavoro corrisponda una verifica dettagliata, personale e consapevole di ciò che accade nei procedimenti, per far prevalere la qualità del giudizio umano sulla velocità della macchina.

Ad oggi, invettive retoriche a parte, siamo purtroppo all’anno zero. E rischiamo di trovarci, da una parte, con atti scritti dall’algoritmo che nessuno rilegge davvero, giustizia da Minority Report. Dall’altra, rimanere con la percezione persistente che, in un sistema di diritto che funziona davvero male, la legge sia uguale per tutti ma che, come nella Fattoria degli Animali, per alcuni sia più uguale che per altri.

Alfredo Esposito

Alfredo Esposito

Avvocato, fondatore dello Studio Legale Difesa d’Autore, si occupa di diritto digitale, proprietà intellettuale e nuove tecnologie in contesti nazionali e internazionali. Assiste imprese, operatori e cittadini stranieri nelle loro attività in Italia. Autore e relatore sui temi del copyright e dell’intelligenza artificiale, osserva l’impatto delle tecnologie sugli equilibri globali, con uno sguardo generazionale sui cortocircuiti tra tecnologia, diritto e società.