L’e-commerce italiano si restringe per la prima volta. Il mercato resta solido ma più selettivo

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Le aziende italiane attive nell'e-commerce scendono a 87.000 nel 2026, segnando la prima contrazione nella storia dell'Osservatorio Netcomm-Cribis, con un calo del 4,4% rispetto all'anno precedente. Le società di capitale che vendono online registrano utili superiori alla media nazionale e una rischiosità commerciale quasi dimezzata rispetto alle imprese che operano solo offline.

Il commercio digitale italiano entra in una fase che non aveva mai conosciuto prima. Le aziende con un proprio sito di vendita online sono oggi 87.000, quattromila in meno rispetto al 2025. Si tratta di una contrazione del 4,4% che l’Osservatorio sui siti e-commerce italiani, realizzato da Netcomm in collaborazione con Cribis, registra per la prima volta dalla sua istituzione. I dati vengono presentati nel corso della ventunesima edizione del Netcomm Forum, in programma il 6 e 7 maggio 2026 all’Allianz MiCo di Milano.

Ottantasette mila aziende e un mercato che cambia pelle

Il turnover dietro a quel numero è consistente: nell’arco di dodici mesi sono entrate nel canale digitale 21.717 nuove realtà, mentre 23.211 aziende presenti nel 2025 non risultano più operative. Il saldo è negativo di circa 1.500 unità, ma la lettura numerica da sola racconta poco. Quello che i dati mostrano con più chiarezza è uno spostamento strutturale. In pratica la stagione in cui aprire un sito con carrello equivaleva quasi a una mossa obbligata si è chiusa, e il mercato ha iniziato a selezionare con criteri più stringenti chi merita di restare.

Oltre il 90% delle imprese attive è composto da micro e piccole realtà.

Sul piano dimensionale il riassestamento ha una direzione precisa: le micro imprese crescono del 37,7%, mentre le grandi registrano un calo del 14,3%. Il quadro settoriale aggiunge dettagli interessanti. Arredamento (+6,5%), cosmetica (+5,9%) e giocattoli (+4,5%) segnano avanzamenti, mentre turismo (-29,7%), ticketing (-21,2%) ed editoria (-11,9%) perdono terreno in modo marcato. Fashion e food & beverage rimangono i comparti con il maggior numero di società di capitale attive in valore assoluto, rispettivamente 5.728 e 4.712. Le 47.000 società di capitale con e-commerce rappresentano il 54% del totale ma concentrano il 96,1% del fatturato complessivo: un dato che rende evidente come il mercato si stia organizzando attorno a operatori più strutturati, capaci di costruire modelli di business digitali nel lungo periodo.

Chi vende online guadagna di più e rischia di meno

La riduzione del numero di imprese attive ha un corrispettivo economico che va nella direzione opposta. Le società di capitale con e-commerce mostrano una solidità superiore alla media nazionale: nel 2024 il 77,7% ha chiuso l’esercizio in utile, contro il 74,2% della media delle società di capitale italiane. La differenza si allarga ulteriormente sul fronte del rischio: solo il 17,2% delle aziende che vendono online presenta una rischiosità commerciale elevata, a fronte del 30,1% registrato mediamente dalle società di capitale che operano esclusivamente offline.

Sul fronte geografico, il Sud guida la distribuzione delle società di capitale con e-commerce con il 31,5% del totale, seguito dal Nord-Ovest (25,8%) e dal Centro (23,2%). A livello provinciale i principali hub del commercio digitale restano Milano (9,4%), Roma (9,3%) e Napoli (6,7%). L’anzianità media delle imprese attive si è alzata rispetto al 2025, con la fascia tra i 6 e i 25 anni di attività che risulta la più rappresentata. Un segnale di consolidamento del settore, in cui le realtà nate in contesti tradizionali hanno costruito nel tempo una presenza digitale stabile. Anche tra le imprese individuali e le società di persone, che ammontano a circa 40.000 delle 87.000 totali, la distribuzione geografica vede prevalere il Sud e le isole (31,2%), seguiti dal Nord-Ovest con il 26,3% trainato dalla Lombardia. Le province con più presenze rimangono Milano (5,3%), Roma (5,1%) e Napoli (4,8%), e il segmento merceologico più rappresentato è il fashion, seguito da food & beverage.

Il digitale divide chi ce l’ha da chi non ce l’ha

Uno degli elementi più rilevanti che emerge dall’Osservatorio riguarda la maturità digitale complessiva del sistema produttivo italiano. Nel 2026 il 24,5% delle aziende raggiunge un livello medio-alto di digital attitude, in crescita rispetto al 22,7% del 2025. Il confronto tra chi opera online e chi no è però netto: il 63,9% delle società di capitale con e-commerce mostra una propensione digitale elevata, contro appena il 7% di quelle che non vendono sul web. La presenza nel commercio digitale si conferma un indicatore strutturale di innovazione e solidità aziendale, ben oltre la semplice apertura di un canale di vendita.

L’internazionalizzazione resta il tallone d’Achille.

Il 55% delle imprese presenta ancora un livello di proiezione estera basso o medio-basso, con la sola eccezione del settore elettronica, dove il 55,3% dei casi registra un tasso di internazionalizzazione alto. Sul fronte della comunicazione, l’83,4% delle aziende con e-commerce è presente su almeno una piattaforma social, in leggera crescita rispetto all’82,7% dell’anno precedente. Instagram avanza dal 69,6% al 73,8% mentre Facebook perde circa due punti percentuali. YouTube si conferma il canale privilegiato per l’elettronica, Pinterest domina nell’arredamento e X resta il riferimento per l’editoria. Sul versante dei pagamenti, il 79,1% delle imprese offre più di un metodo: PayPal si conferma lo strumento più diffuso tra micro e piccole aziende, mentre Klarna cresce in modo consistente proprio tra le micro imprese, segnale che anche i piccoli operatori spingono sull’innovazione finanziaria. Il 76,6% dei siti rimane in una sola lingua, e solo il 16% prevede una seconda opzione linguistica: un limite che pesa sull’espansione verso i mercati esteri.