Editoriale

L’omicidio di Charlie Kirk e l’arena tossica dei social

Antonino Polimeni

Avvocato, fondatore di Polimeni.Legal, da oltre vent’anni si occupa di diritto applicato al mondo digitale. Autore di numerosi libri, è presidente dell’Associazione Digital for Children, con cui promuove l’educazione digitale e guida missioni umanitarie nel mondo. Difende un’idea semplice: la tecnologia deve servire alle persone, non dominarle.

Il 10 settembre, durante un incontro pubblico nello Utah, Charlie Kirk è stato colpito da un proiettile al collo. Trasportato d’urgenza in ospedale, è deceduto poco dopo. Figura di spicco del movimento conservatore americano e volto noto della galassia MAGA, la sua morte ha immediatamente generato una valanga di reazioni. Ma non stiamo parlando di cordoglio o riflessione. No. Stiamo parlando di odio, retorica incendiaria e spettacolarizzazione istantanea.

Nel giro di poche ore le immagini dell’agguato (riprese in diretta e diffuse senza alcun filtro o avvertimento) hanno invaso i social network. Milioni di visualizzazioni, centinaia di migliaia di condivisioni, commenti a cascata. La rete è esplosa in una spirale di estremismi nauseanti: chi celebrava la morte di Kirk, chi invocava scontri armati, chi rilanciava complotti e accuse tra opposte fazioni politiche.

Nel frattempo, i profili ufficiali di Kirk registravano un’impennata di follower. Chi lo criticava pubblicamente riceveva minacce, o addirittura perdeva il lavoro. In poche ore, un fatto tragico si è trasformato in materiale virale da consumare compulsivamente, e le piattaforme digitali in un’arena di odio, disinformazione e polarizzazione. Odio-conflitto-disinformazione-polarizzazione. Una quadrilogia tossica ormai familiare.

È qui che occorre fermarsi a riflettere. Perché anche quando a cadere è un personaggio divisivo come Charlie Kirk, il rispetto resta l’unico terreno possibile per una convivenza civile. Reagire a una tragedia con livore non è solo immorale: è pericoloso. E se oggi siamo immersi in questo clima, c’è un motivo preciso. O meglio: una lunga serie di motivi che hanno a che fare con l’architettura stessa del mondo digitale.

Negli ultimi anni, le piattaforme hanno progressivamente smantellato i loro strumenti di moderazione. Interi team sono stati tagliati fuori, come nel caso di Twitter dopo l’acquisizione di Elon Musk. Programmi di fact-checking sono stati ritirati, come nel caso di Meta, che negli Stati Uniti ha annunciato il passaggio a un modello simile alle community notes. Anche TikTok (che fino al 2023 vantava il maggior numero di moderatori in Italia) ha puntato tutto sugli algoritmi, con conseguenti proteste e licenziamenti.

Risultato? Meno filtri. Più contenuti lasciati al flusso incontrollato della rete. E attenzione: questo non significa libertà. Significa che l’agenda la dettano gli algoritmi e le reazioni emotive, non la verifica e la responsabilità. In assenza di mediazione cresce la polarizzazione, si normalizza l’odio, il falso corre più veloce del vero e la tragedia diventa spettacolo. Ridurre la moderazione significa costruire un ecosistema in cui vince chi urla più forte.

Alla lunga, le piattaforme non saranno più spazi di confronto ma arene di scontro permanente. Altro che black mirror.

Ed è in questo clima, alimentato da dinamiche digitali sempre più tossiche, che prende forma la trappola più subdola: la necessità di scegliere una fazione, di semplificare tutto in uno schema binario.

La trappola sta nel pensare che si debba scegliere una fazione, difendere per forza l’uno o l’altro, come se la realtà fosse un derby tra tifoserie. Invece no. Il meccanismo social(e) è molto più subdolo: prende persone e idee e le trasforma in simboli assoluti. E se tutto diventa bandiera, non c’è spazio per le sfumature.

Così Kirk diventa o un eroe o un mostro. Chi prova a esprimere un giudizio viene subito arruolato, schierato, inchiodato. E nel frattempo, la possibilità di esercitare il dubbio, la critica, la misura, scompare.

Il concetto di nemico funziona come strumento identitario: definisce chi siamo in opposizione a qualcun altro. E i social lo sanno bene. Alimentano il conflitto perché genera traffico, coinvolgimento, profitto. La politica stessa finisce schiacciata da questo gioco: da un lato ne subisce le dinamiche, dall’altro le sfrutta deliberatamente. Così il politico diventa insieme vittima e regista della polarizzazione, costretto a muoversi in uno spazio che premia il messaggio più divisivo e penalizza il pensiero complesso.

La lezione, se vogliamo cavarne una, è questa: si può condannare un’ideologia e allo stesso tempo respingere la violenza contro chi la rappresenta. Non è compromesso. È civiltà. Ed è l’unico modo per sottrarsi al teatrino sterile della polarizzazione. Il mondo non è fatto di contrasti elementari. Non è rosso contro nero contro bianco. È fatto di sfumature. Di passaggi intermedi. Di zone d’ombra e di luce che si intrecciano.

La vera intelligenza sta nel saperle vedere. Accettarle. Raccontarle. Anche quando non ci piacciono.