Può considerarsi, a tutti gli effetti, la prima grande indagine europea condotta sotto le nuove regole sulla sicurezza dei prodotti ha acceso i riflettori sul mercato digitale degli articoli per l’infanzia. Tra aprile e maggio 2025, le autorità nazionali coordinate dalla Commissione hanno analizzato oltre 1.700 offerte pubblicate su 47 marketplace, compresi i giganti globali Amazon, AliExpress, Shein, Temu e Zalando. I risultati mostrano progressi nell’identificazione dei prodotti, ma anche vuoti significativi nelle informazioni a disposizione dei consumatori.
Sicurezza dei prodotti nei marketplace digitali
Dai controlli emerge che il 95% delle inserzioni include elementi utili a identificare i prodotti, come immagini o codici a barre. Ma la trasparenza si riduce quando si tratta di indicare i produttori: in quasi la metà dei casi i dati non sono completi, mentre un quarto delle inserzioni ne è totalmente privo. La differenza tra operatori globali e minori è evidente: i primi raggiungono un tasso di conformità del 65%, i secondi si fermano al 24. Una distanza che mette in luce la capacità organizzativa dei grandi player, ma anche la fragilità delle piattaforme più piccole.
Non migliore è il quadro riguardo al referente nell’Unione Europea, figura indispensabile per la tracciabilità e la responsabilità legale. Solo il 68% delle inserzioni riporta le informazioni relative al referente in modo chiaro, mentre il resto è incompleto o mancante. Anche in questo caso i marketplace più strutturati mostrano performance superiori, con l’81% di conformità contro appena il 38% dei concorrenti minori. Per i consumatori significa spesso muoversi in un contesto poco trasparente, con difficoltà a risalire ai responsabili in caso di problemi di sicurezza del prodotto. Un problema che diventa ancora più grave se gli articoli in questioni sono rivolti all’infanzia.
Prodotti pericolosi e limiti della vigilanza
Un dato particolarmente allarmante riguarda la ricomparsa di articoli già classificati come pericolosi attraverso il sistema europeo Safety Gate. Durante l’indagine sono state individuate 16 offerte di questo tipo e in dieci casi i prodotti sono tornati online dopo la rimozione. Un segnale che mostra come il monitoraggio, pur avanzato, non sia ancora sufficiente a garantire che un articolo eliminato resti fuori dal mercato. Qui si misura la distanza tra la teoria delle norme e la pratica quotidiana delle piattaforme: vietare un prodotto è semplice, impedirne davvero la diffusione richiede strumenti e risorse che non tutti sembrano disposti a mettere in campo.
Le autorità hanno inviato 252 ordini e richieste ai marketplace, ottenendo risposta in circa otto casi su dieci. Un dato positivo, che però evidenzia anche una parte di operatori poco collaborativi. Inoltre, solo la metà delle piattaforme risulta registrata al Safety Gate Portal con un punto di contatto per le autorità, e appena il 64% ha nominato un Single Point of Contact per i consumatori. Anche qui la differenza tra giganti digitali e player minori è marcata, con i primi molto più reattivi e organizzati.
Il Consumer Safety Network ha annunciato nuovi controlli nei prossimi mesi, estesi anche alle app mobili, per colmare le lacune ancora presenti. L’obiettivo è rafforzare la fiducia dei consumatori e stimolare una maggiore responsabilità da parte degli operatori digitali. Per le imprese italiane del settore, la lezione è chiara: la compliance non è un fardello burocratico, ma la condizione minima per competere in un mercato che chiede trasparenza e sicurezza. Oltre che per garantire la sicurezza degli acquirenti e, nel caso di specie, dei più piccoli.
