C’è un paradosso che attraversa la settimana di Google e che dice molto sullo stato attuale della governance tecnologica globale. Mentre la Commissione Europea lavora per costringere l’azienda ad aprire il proprio sistema operativo mobile ai concorrenti dell’intelligenza artificiale, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha firmato con l’azienda un accordo per l’uso dei suoi modelli AI su reti classificate. Due movimenti opposti, due logiche incompatibili, un solo protagonista che le gestisce in parallelo senza apparente contraddizione.
Il contesto europeo riguarda il Digital Markets Act. La Commissione ha reso note le misure proposte nell’ambito della procedura di specifica aperta tre mesi fa, con l’obiettivo dichiarato di garantire che i servizi AI concorrenti possano interagire con le applicazioni sui dispositivi Android degli utenti.
Teresa Ribera, responsabile antitrust dell’UE, ha spiegato che le misure daranno agli utenti Android più possibilità di scelta sui servizi di intelligenza artificiale da integrare nel proprio telefono, compresi quelli che competono direttamente con Gemini. In pratica, un assistente AI alternativo dovrebbe poter inviare un’email tramite l’app preferita dall’utente, ordinare cibo o condividere contenuti, senza che Android riservi queste funzionalità al solo ecosistema Google. Le terze parti hanno tempo fino al 13 maggio per presentare osservazioni. La decisione definitiva sulla conformità è attesa entro luglio 2026, con sanzioni che in caso di violazione possono raggiungere il 10% del fatturato globale annuale.
La risposta di Google e i limiti del modello regolatorio europeo
Google ha respinto le misure con toni netti. Clare Kelly, Senior Competition Counsel dell’azienda, ha definito l’intervento ingiustificato, sostenendo che obbligherebbe l’accesso a hardware sensibile e ai permessi dei dispositivi, con un aumento dei costi e un indebolimento delle protezioni di privacy e sicurezza per gli utenti europei. La posizione ufficiale è che Android abbia già un ecosistema aperto, che consente agli assistenti AI di prosperare e ai produttori di dispositivi di personalizzare liberamente i propri servizi.
Quello che rende questa vicenda più complessa di una semplice disputa antitrust è ciò che accade simultaneamente dall’altra parte dell’Atlantico. Secondo quanto riportato da The Information, Google ha firmato un accordo con il Pentagono per fornire i propri modelli AI per uso classificato, affiancandosi a OpenAI e xAI di Elon Musk. Il contratto consente al Dipartimento della Difesa di utilizzare l’AI di Google per qualsiasi scopo governativo legittimo, su reti che gestiscono attività sensibili che vanno dalla pianificazione delle missioni al targeting delle armi. L’accordo include un impegno esplicito contro la sorveglianza di massa interna e contro l’uso di armi autonome senza adeguata supervisione umana, ma precisa anche che Google non ha il diritto di controllare o porre veto alle decisioni operative legali del governo americano.
Il Pentagono, Anthropic e la pressione sui laboratori AI
Il quadro in cui matura l’accordo con Google racconta di una pressione sistematica che il Dipartimento della Difesa esercita sui principali laboratori di intelligenza artificiale americani. Nel 2025 il Pentagono ha firmato contratti fino a 200 milioni di dollari ciascuno con i più importanti attori del settore, spingendo le aziende a rendere disponibili i propri strumenti su reti classificate senza le restrizioni standard applicate agli utenti commerciali. Anthropic aveva scelto una strada diversa, rifiutando di rimuovere i propri limiti sull’uso dell’AI per armi autonome e sorveglianza domestica. La risposta del Dipartimento della Difesa fu la designazione di Anthropic come rischio per la catena di approvvigionamento, una mossa con conseguenze operative concrete per la startup. Google ha valutato diversamente il bilanciamento tra vincoli etici e opportunità strategiche, dichiarando di ritenere responsabile fornire accesso API ai propri modelli commerciali con pratiche standard del settore a supporto della sicurezza nazionale.
La coincidenza temporale tra la procedura europea e l’accordo americano non è solo una curiosità di calendario. Fotografa con precisione la posizione in cui si trovano oggi le grandi piattaforme tecnologiche: sottoposte a obblighi regolatori crescenti in Europa, sempre più integrate nelle infrastrutture strategiche degli Stati Uniti, con poco spazio per una postura coerente su entrambi i fronti.
