Meta, Report e il salto logico che il giornalismo dovrebbe evitare

Tempo di lettura: 7 minuti

Seguo Report da anni con autentico rispetto. Mi piace il fatto che, nonostante viva all’interno di un ecosistema estremamente controllato dalla politica, la Rai, non si sia mai fermato davanti a nulla, ricercando sempre la verità giornalistica e mettendo da parte la convenienza.

Quando poi parla di Meta, il programma diventa ancora più interessante. Scavare nelle dinamiche oscure di una piattaforma che ha costruito il proprio potere sulla raccolta dei dati e sulla monetizzazione della dipendenza tossica di chi la usa ti tiene attaccato alla tv, e la tipica diffidenza giornalistica di Report, in questo contesto, è una postura sana.

L’eccesso di diffidenza, però, produce un effetto non desiderato. Indebolisce le inchieste che vorrebbero essere solide.

Nel servizio andato in onda domenica sera, di fronte a un’intuizione seria, ho avuto la sensazione che la catena narrativa si fosse allungata oltre le prove disponibili.

La vicenda, per chi non ha visto la puntata, è la seguente. Nel 2022 Meta aveva creato su Facebook e Instagram alcune pagine informative in vista delle elezioni politiche italiane. Chi cliccava su quei contenuti veniva reindirizzato al sito del Ministero dell’Interno per cercare il proprio seggio e consultare informazioni sui candidati. Report ha sostenuto che quel percorso avrebbe potuto consentire a Meta di raccogliere segnali sull’interesse dell’utente verso il voto, fino a evocare un’ombra da Cambridge Analytica. Il servizio richiama anche una risposta attribuita a Meta, secondo cui quei dati avrebbero potuto essere condivisi con partner di ricerca, soggetti pubblici e comitati elettorali.

A ciò si aggiunge un incipit diverso e staccato dal racconto che vi ho fatto finora, in cui Report racconta, mischiando un po’ le carte, un’analisi riconducibile al Partito Democratico sull’aumento dell’engagement di contenuti di destra, letto come possibile effetto di una spinta voluta da Meta verso le destre mondiali. In particolare, nel 2024 Meta limitava i contenuti politici e ne filtrava la visibilità. Tuttavia, a fine 2024 i contenuti di destra subivano un’impennata ripidissima. Da qui l’insinuazione dell’eurodeputato del Partito Democratico Sandro Ruotolo: probabilmente Meta aveva eliminato i filtri solo per i contenuti di destra, mantenendoli per quelli di sinistra.

Questo è il racconto.

Il problema tecnico esiste, ma va dimostrato fino in fondo

Adesso però facciamo il punto, da avvocato che si occupa di marketing e privacy, per capire meglio la situazione.

È tecnicamente possibile che Meta registri un segnale di interesse al voto? Sì, lo è, e possiamo dirlo senza rischio di sbagliare.

Se un utente clicca dentro Facebook o Instagram su un contenuto collegato alle elezioni, la piattaforma sa che quel contenuto ha attirato attenzione. Il click, il tempo di permanenza, l’interazione con la card o con la pagina: tutto questo rientra nel normale funzionamento della piattaforma. E quel segnale può essere incrociato con altri dati già presenti nel profilo, tra pagine seguite, contenuti politici visualizzati, interazioni ricorrenti e interessi dedotti nel tempo. Il click, in questo senso, diventa un tassello in più dentro un profilo comportamentale già articolato: l’utente è interessato alle elezioni.

Per ottenere questo risultato non serve inventare o insinuare nulla. Basta conoscere come funzionano le piattaforme.

Il problema, quindi, esiste. È serio. Ed è tutt’altro che irrilevante.

Dove il racconto si inceppa, però, è in un passaggio successivo. Dal fatto che Meta possa sapere che hai cliccato su un contenuto relativo al voto non discende automaticamente che Meta sappia dove voterai, quale lista guarderai con maggiore favore o, a maggior ragione, quale orientamento politico tu abbia. Qui si entra nel campo delle inferenze probabilistiche, che sono il cuore economico delle grandi piattaforme, ma che richiedono basi tecniche e fattuali che il servizio non mostra.

Report parla di possibile tracciamento della piattaforma anche dentro le attività compiute dall’utente nel sito del Ministero. Ma qui manca il pezzo più importante della catena. Come sarebbe avvenuto, concretamente, il tracciamento dopo il click sul sito ministeriale? C’erano cookie specifici? Pixel? Parametri negli URL di destinazione? Identificatori di sessione? Un passaggio server to server? Nel servizio questo non emerge e, onestamente, senza questo tratto della catena, il racconto resta forse plausibile sul piano logico, sicuramente molto suggestivo e sensazionalizzato, ma assolutamente incompleto sul piano probatorio.

È francamente poco verosimile che il sito del Ministero dell’Interno avesse installato pixel di Meta. Lo dico perché i fatti tecnici hanno un peso, non per assolvere qualcuno. Se il reindirizzamento si fermava davvero al click interno alla piattaforma, Meta poteva registrare l’interesse ad andare a votare, ma nulla di più. Se invece si vuole sostenere che Meta potesse seguire l’utente anche dentro il sito istituzionale, servono elementi precisi.

Confondere un segnale iniziale di interesse dell’utente con una ricostruzione completa del suo comportamento è un errore di metodo che cambia molto, sul piano giornalistico ma anche sul piano giuridico.

Ed è proprio sul piano giuridico che Report insiste con maggiore energia. Il semplice interessarsi al voto avrebbe di per sé una valenza politica. La tesi merita attenzione. Nel diritto della protezione dei dati, il dato politico può emergere anche per via indiretta, attraverso indizi e inferenze accumulate nel tempo. Però bisogna stare attenti alle parole. Dire che un certo comportamento può contribuire, insieme ad altri segnali, a generare un profilo sensibile è diverso dal trattare quel singolo gesto come se fosse già, da solo, un dato politico compiuto.

Lo stesso vale per il richiamo a Cambridge Analytica. L’accostamento funziona televisivamente. Evoca un trauma noto, riattiva la memoria collettiva e alza il livello di allarme percepito. Capisco perché venga usato. I due casi, però, hanno architetture molto diverse. Cambridge Analytica riguardava una profilazione su larga scala, costruita con strumenti molto più invasivi e con obiettivi di microtargeting politico estremamente più definiti. Qui, per come è stata presentata la vicenda, si parla di un segnale di interesse elettorale che potrebbe entrare in un cluster probabilistico. È già una questione seria, perché mette in gioco il rapporto tra piattaforme e democrazia e la realtà, quando è ben spiegata, basta da sola a generare una necessità di attenzione. Non serve gonfiarla con tesi che vanno oltre ciò che si vede. Perché questo fa male alla verità e le fa perdere credibilità.

L’inchiesta convince di più quando evita la suggestione

Analogo ragionamento vale per il passaggio sull’engagement dei contenuti di destra. Report richiama un’analisi del Partito Democratico secondo cui alcuni profili e contenuti avrebbero beneficiato di una crescita di visibilità. Il rischio di suggestione, anche qui, è alto.

Diciamo le cose come stanno. I contenuti di carattere populista e polarizzante, spesso tipici delle destre con la loro comunicazione becera, generano da anni più reazioni sui social, perché suscitano rabbia, approvazione, conflitto, condivisione, e sono il carburante perfetto dell’engagement. Lo stesso servizio collega il picco all’elezione di Trump, il che offre già una spiegazione credibile del fenomeno e del perché sia accaduto. Chi osserva le dinamiche digitali sa bene che l’algoritmo amplifica ciò che trattiene attenzione. Un aumento di visibilità, da solo, non è la prova di una manipolazione mirata. A volte è solo la piattaforma che fa, cinicamente, ciò per cui è stata progettata.

La posizione che sto sostenendo qui non è una difesa di Meta, che di ragioni per essere criticata ne offre in abbondanza, né una smentita del rischio sollevato da Report. Sto dicendo altro. Il giornalismo deve essere più rigoroso, perché passare dai fatti reali a conclusioni ideologiche senza mostrare il ponte tecnico che collega i due estremi finisce per indebolire proprio la denuncia che si voleva costruire.

Le cose come stanno sono più semplici, e sono comunque gravissime. Meta poteva verosimilmente sapere che un certo utente aveva mostrato interesse verso contenuti legati al voto. Quel dato, incrociato con altri segnali già disponibili, poteva contribuire a raffinare cluster probabilistici. Questa possibilità merita domande dure e attenzione vera, ma nel servizio la prova del tracciamento concreto oltre il click, letteralmente, non c’è.

E così, alludendo a scenari da manipolazione politica sistemica, il confine tra inchiesta e suggestione diventa pericolosamente sottile.

Il giornalismo d’inchiesta serve ad aprire dubbi dove altri chiudono gli occhi. I dubbi, però, per restare autorevoli, devono camminare insieme ai fatti. Altrimenti si colpisce Meta, sì, ma la si colpisce male. E colpire male un potere così grande produce un effetto che nessun giornalista responsabile dovrebbe volersi portare addosso: gli si fa un favore e gli si dà la possibilità di addurre motivazioni e scuse generiche per sostenere che quanto detto da Report sia solo una falsità.