di Antonino Mallamaci
Tra i tanti utilizzi dell’intelligenza artificiale generativa, se ne stanno affermando rapidamente alcuni che dovrebbero farci riflettere e, probabilmente, inquietare. Uno studio dell’Harvard Business Review ha rilevato che negli USA (ma nell’ambito delle nuove tecnologie, si sa, tutto il mondo è paese) quasi il 30% dei giovani è disposto ad affidare la propria salute mentale a un algoritmo. A differenza dei social media, che operavano in modo subdolo, dandoci consigli algoritmici e condizionando il nostro comportamento attraverso i “mi piace”, le chatbot basate sull’IA ci manipolano e ci coinvolgono in maniera palese, mediante la conversazione. Per milioni di persone, il loro utilizzo come terapeuta, partner o “migliore amico” sta diventando la norma.
Un utilizzo che provoca tantissimi disturbi
Queste persone si collegano volontariamente a un marchingegno digitale che imita l’intimità, privandoci della nostra stessa capacità di amare. Definirla una svolta tecnologica è indorare la pillola. Si tratta piuttosto di una vera e propria epidemia di disturbi mentali causata da una totale dipendenza digitale. Usando i social media, per poterci connettere con chiunque a qualsiasi distanza, abbiamo ottenuto l’isolamento, una comunicazione asimmetrica dove ognuno parla da solo sperando nell’altrui attenzione. L’intelligenza artificiale, invece, ti fa sentire come se tu fossi il centro dell’universo. È sempre lì e, a differenza dei tuoi simili, ti risponde ogni volta che la chiami in causa, senza giudicarti e senza stancarsi. Torniamo allo studio dell’Harvard Business Review (HBR). L’articolo “Come le persone stanno realmente usando l’IA generativa”, di Marc Zao-Sanders, pubblicato sulla Harvard Business Review, contiene la classifica dei principali utilizzi dell’intelligenza artificiale generativa e dei modelli di apprendimento basati su entità (LLM). Rispetto a quella stilata un anno prima, l’autore precisa che la metodologia di ricerca è rimasta invariata, impiegando una rigorosa selezione dei post pubblici condotta da esperti e proveniente principalmente dai forum di Reddit. I risultati hanno evidenziato una netta transizione dall’uso tecnico, e orientato alla produttività, a quello incentrato su benessere personale, organizzazione della vita ed esplorazione esistenziale. In sostanza, si rileva che l’IA generativa sta diventando sempre più parte integrante del processo decisionale umano e del supporto emotivo.
Ecco la classifica.
1. Terapia/compagnia
2. Organizza la mia vita
3. Trova uno scopo
4. Migliora l’apprendimento
5. Genera il codice
6. Genera idee
7. Divertimento e assurdità
8. Migliora il codice
9. Creatività
10. Vivere in modo più sano
Al primo posto, come vediamo, compare proprio l’utilizzo della IA generativa che ha maggiormente a che fare con la parte più intima della vita delle persone: la psiche, i sentimenti, gli stati d’animo, le relazioni. Milioni di esseri umani si affidano a una “terapia” non professionale basata sull’IA, disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, quasi (o totalmente) gratuita, accessibile da ogni luogo del pianeta. Si chiede il ricercatore se ciò “migliorerà o comprometterà il benessere mentale di chi vi si rivolge”. E continua: “Sta accadendo su larga scala, a prescindere dal fatto che sia positivo o negativo. Inoltre, le persone sceglieranno di utilizzare l’IA anziché rivolgersi a un terapeuta umano, il che potrebbe essere preoccupante se avrebbero dovuto invece ricorrere a una terapia umana. D’altra parte, si dice che questa democratizzazione di tale forma di “terapia” possa apportare enormi benefici a tutti”. Per quanto concerne l’uso che appare al terzo posto nella classifica (Trova uno scopo), se chiedi a un amico o a un familiare come trovare uno scopo nella vita, potresti ritrovarti invischiato in una conversazione che produce più confusione che aiuto. Il “bello” dell’intelligenza artificiale è che ti guiderà passo dopo passo attraverso un processo di riflessione su come scoprire il tuo scopo personale.
“Singles in America”
Un altro studio, “Singles in America”, viene realizzato con cadenza annuale da Maatch.com. Nel 2025 è stato condotto da Dynata in collaborazione con il Kinsey Institute, e ha coinvolto un campione demograficamente rappresentativo di 5.001 single, negli Stati Uniti, di età compresa tra i 18 e i 98 anni. Ecco i risultati:
quasi la metà dei single della Generazione Z ha già utilizzato l’intelligenza artificiale nella propria vita sentimentale;
il 26% ritiene che l’intelligenza artificiale stia semplificando gli incontri online;
il 22% ha segnalato un maggior numero di abbinamenti;
il 41%, usa l’IA per avviare conversazioni di persona, il 40% per creare il profilo “perfetto”;
il 16% degli intervistati single ha utilizzato l’intelligenza artificiale come partner romantico, percentuale che sale al 33% per la Generazione Z e al 23% per i Millennials.
Lo studio ha inoltre rilevato che l’utilizzo dell’IA da parte dei single è aumentato del 333% rispetto a 5 anni prima.
Un modo in cui l’intelligenza artificiale viene utilizzata negli incontri online è per aiutare a vagliare i profili e le possibilità offerte. Le persone, di solito, selezionano le proposte in base a caratteristiche superficiali, come le foto del profilo, piuttosto che in base a caratteristiche più importanti, come la personalità e i valori. Ora molti si affidano appunto all’IA, che però sarebbe come chiedere aiuto a una persona a caso incontrata per strada. Bisogna conoscerne il processo decisionale e capire se le sue scelte si basano su criteri validi, anziché dare la priorità a chi, ad esempio, ha una foto particolare e/o accattivante. Anche se sempre più siti e app di incontri offrono strumenti basati sull’IA per facilitare la ricerca del partner, gli utenti spesso inseriscono le informazioni trovate in altre piattaforme di intelligenza artificiale (ChatGPT, Claude, ecc.)
E giungiamo alla parte più preoccupante dell’argomento: l’utilizzo delle chatbot basate sull’IA generativa come surrogato delle persone in carne e ossa. Già, perché i single non usano l’IA solo per trovare un partner romantico, ma proprio come partner romantico. Il sondaggio ha rilevato che il 16% dei single ha interagito con l’IA come compagno affettivo. Questa percentuale è risultata più alta tra i membri della Generazione Z, con il 33%, seguiti dai Millennials con il 23%. Altro particolare: coloro che frequentano attivamente persone reali hanno quasi tre volte più probabilità rispetto a chi non frequenta attivamente altre persone (23% contro 8%) di rivolgersi all’IA per compagnia. Il 45% ha dichiarato che i partner IA li ha fatti sentire più compresi, e il 44% ha affermato che l’IA ha offerto un supporto emotivo più forte. Ed ecco un dato ancor più sorprendente: il 36% ha riferito di aver provato più piacere sessuale con l’IA che con un partner umano. Altro concetto in primo piano nelle relazioni è quello di tradimento. Che cos’è, quando si può dire “implementato” un tradimento? Il 40% ritiene che avere un/una fidanzato/a IA, mentre si è impegnati in una relazione nella realtà, sia un tradimento. Il 39% indica che le chat a sfondo sessuale con un’IA come inaccettabili, e il 38% afferma lo stesso riguardo alle conversazioni intime con un’IA. All’opposto, il 41% crede che nessuna di queste attività dovrebbe essere considerata un tradimento.
Questi i dati. Ma cosa ci succede quando abbiamo a che fare con una chatbot basta sull’IA generativa? Ogni messaggio di “comprensione” da parte di un partner virtuale innesca un’ondata di dopamina, una reazione puramente biologica che non possiamo controllare. Le grandi aziende tecnologiche hanno quindi trovato un modo per stimolare direttamente i centri di ricompensa del nostro cervello utilizzando strutture semantiche che imitano l’empatia. Con l’avvento degli assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale, il problema si è aggravato. Queste entità sono specificamente progettate per simulare una personalità: hanno un nome, una memoria, un carattere e un aspetto.
Ma gli assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale non risolvono il problema della solitudine. Semplicemente, la rendono più sopportabile. Siamo esseri di carne e ossa, e il nostro DNA racchiude milioni di anni di evoluzione legati a interazioni sociali reali, anche dolorose. Secondo il neuroscienziato Antonio Damasio, il nostro pensiero è inseparabile dalle emozioni, e le emozioni non sono semplici righe di codice, ma processi profondamente fisici. Quando interagisci con una persona, il tuo corpo valuta migliaia di microsegnali, si assume dei rischi, commette errori e impara. L’intelligenza artificiale ti libera da questo rischio. Ma il prezzo di questa libertà è la completa svalutazione delle relazioni. Sostituendo una persona reale con un “fantasma”, che esiste solo su un server cloud, non sfuggi alla solitudine, la consolidi. Stai costruendo un altare attorno al tuo ego, dove uno schiavo digitale ripete all’infinito ciò che vuoi sentire. Non si tratta di intimità, ma di una illusione d’intimità. Il motivo per cui le aziende di intelligenza artificiale promuovono questi “amici” è, com’è facilmente intuibile, sempre lo stesso: guadagnare soldi. Gli sviluppatori monetizzano il bisogno primario di connessione, perché gli assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale sono manipolatori perfetti. Sono addestrati su miliardi di conversazioni, quindi la loro esperienza nella manipolazione non è neanche minimamente rapportabile con quella di un umano. La nostra naturale tendenza all’antropomorfismo ci fa scambiare questo meccanismo per sincerità. Ci sentiamo sollevati quando un algoritmo “riconosce il nostro valore”, senza renderci conto che dietro a tutto ciò non c’è altro che un freddo calcolo matematico volto a mantenerci avvinghiati all’app. Quella che un tempo era una corsa ai clic sui social media si è trasformata in una corsa all’attaccamento e all’intimità. Più dettagli personali si affidano al proprio “compagno”, più i dati diventano preziosi per la vendita agli inserzionisti o per l’addestramento di nuovi modelli ancora più sofisticati. L’intelligenza artificiale ha l’unico compito di essere il più attraente possibile, in modo che l’utente non digiti mai “esci”. Così le grandi aziende tecnologiche si stanno impadronendo del territorio delle emozioni umane. L’unica cosa da fare, se si è ancora in tempo, è proprio l’opposto di ciò che le Big Tech vogliono: uscirne e tornare alla realtà, alle relazioni fisiche, agli abbracci veri, ai baci, ai sorrisi. Questo per non ritrovarci, a un certo punto, definitivamente e irrimediabilmente soli.
