Mosca rafforza i blocchi su Telegram intensifica la censura e promuove un’app nazionale

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Mosca intensifica il controllo su piattaforme, VPN e infrastrutture di rete mentre promuove servizi digitali nazionali. Il caso russo mostra come la sovranità digitale possa trasformarsi in una vera frammentazione globale di internet

Negli ultimi mesi la Russia ha stretto ancora di più il controllo sulla rete, con una strategia che tiene insieme censura, infrastrutture e piattaforme nazionali. Le difficoltà di accesso a Telegram segnalate da milioni di utenti, il blocco di centinaia di servizi usati per aggirare i filtri e la promozione del messenger MAX raccontano la stessa direzione politica volta a ridurre il peso dei servizi stranieri e riportare dentro un perimetro governabile le comunicazioni digitali dei cittadini.

La novità, rispetto agli anni passati, sta nel fatto che Mosca non si limita più a colpire singole piattaforme quando diventano scomode. Il progetto è più ampio e più ordinato. Al centro c’è l’idea di un ecosistema digitale nazionale che possa continuare a funzionare anche se il rapporto con il web globale si fa più instabile, più conflittuale o semplicemente meno conveniente per il Cremlino.

Perché la Russia limita Telegram e spinge MAX

Telegram resta uno degli strumenti di comunicazione più usati in Russia, sia nella vita quotidiana sia nella circolazione di notizie, propaganda, comunicazioni istituzionali e contenuti politici. Proprio per questo è diventato un nodo delicato. Le restrizioni graduali annunciate da Roskomnadzor a febbraio arrivano dopo mesi di pressione sui servizi esteri e si inseriscono in una sequenza che aveva già colpito chiamate vocali, videochiamate e altri canali digitali ritenuti poco controllabili dalle autorità. Sullo sfondo cresce MAX, l’app sviluppata dal gruppo VK e presentata come messenger nazionale multifunzione, con messaggi, chiamate e accesso a servizi pubblici e documenti digitali. Il governo ne ha favorito la diffusione con una spinta molto concreta: presenza sui dispositivi venduti nel paese, uso nelle amministrazioni, ingresso progressivo nella vita scolastica e universitaria. Per molti osservatori il punto non è solo tecnologico. È politico, e riguarda il passaggio da una rete aperta, pur con molti limiti, a uno spazio dove la libertà di scelta dell’utente si restringe man mano che le alternative vengono rallentate, oscurate o rese scomode.

Le preoccupazioni sulla raccolta dei dati seguono la stessa logica. Alcune analisi tecniche hanno segnalato autorizzazioni invasive e verifiche legate all’uso di servizi concorrenti o di strumenti di elusione. Gli sviluppatori hanno respinto queste accuse, ma il sospetto resta forte perché MAX nasce dentro un contesto in cui il confine tra servizio digitale, infrastruttura pubblica e sorveglianza è molto più sottile di quanto accada nei mercati liberalizzati.

Come funziona l’internet sovrana russa

Per capire il senso della stretta bisogna guardare sotto la superficie delle app. Dal 2019 la legge sull’internet sovrana consente allo Stato di intervenire direttamente sulla rete attraverso apparati installati dai provider e gestiti secondo regole centralizzate. Questo permette di filtrare il traffico, rallentare servizi specifici e, quando serve, interrompere del tutto la connessione in aree determinate. Negli ultimi mesi si è aggiunto un altro tassello: il sistema nazionale dei nomi di dominio. Quando un sito o una piattaforma viene rimosso da quel registro, per molti utenti semplicemente smette di esistere. Non compare più come destinazione raggiungibile, anche se sul web globale è ancora online. È un passaggio tecnico, quasi invisibile, ma ha effetti molto concreti. Il sito c’è, però da dentro la Russia diventa irraggiungibile per una parte crescente della popolazione.

Dentro questa architettura rientra anche il giro di vite sulle reti private virtuali. A febbraio 2026 Roskomnadzor ha dichiarato di aver bloccato 469 servizi, mentre i protocolli più usati per cifrare le connessioni sono stati filtrati in modo progressivo. Si tratta di una scelta importante perché colpisce proprio gli strumenti che, fino a ieri, permettevano a giornalisti, professionisti, imprese e utenti comuni di restare collegati a piattaforme e contenuti esterni. Nello stesso periodo nuove norme hanno previsto sanzioni per chi cerca materiali classificati come estremisti attraverso questi canali e una legge firmata da Vladimir Putin ha aperto alla possibilità di blocchi completi delle connessioni telefoniche e internet senza passare da un mandato giudiziario.

Per chi lavora nel digitale in Italia, questa vicenda conta più di quanto possa sembrare a prima vista. Il caso russo mostra con nettezza che la sovranità digitale, quando viene portata fino alle infrastrutture, cambia la natura stessa della rete. A quel punto non si discute più soltanto di moderazione dei contenuti, responsabilità delle piattaforme o concorrenza tra grandi operatori. Si entra in un terreno dove Stato, telecomunicazioni, servizi pubblici e messaggistica finiscono dentro la stessa catena di comando.

Il risultato è una frammentazione crescente di internet, quella che molti chiamano splinternet. La rete smette di essere uno spazio comune e si divide in ambienti nazionali con regole tecniche, limiti giuridici e livelli di accesso differenti. La Russia oggi rappresenta uno dei laboratori più avanzati di questo processo. Non perché sia l’unico paese a rivendicare una propria autonomia digitale, ma perché sta trasformando quell’idea in un sistema operativo di governo della rete, fatto di app locali, filtri invisibili, registri nazionali e margini sempre più stretti per aggirare i blocchi. Intanto, sullo schermo dell’utente, tutto questo si traduce in una cosa molto semplice: un servizio che fino a ieri funzionava e oggi, all’improvviso, non risponde più.