Le Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane hanno pubblicato una lista di 18 aziende tecnologiche americane operative in Medio Oriente come Apple, Google, Meta, Microsoft, Nvidia, Tesla, Oracle, Palantir e altre, annunciando che queste società dovranno “aspettarsi la distruzione delle proprie strutture regionali” in risposta alle operazioni condotte dagli Stati Uniti e da Israele contro il territorio iraniano. Gli attacchi sono calendarizzati per la sera del 1° aprile 2026, ora di Teheran. Dipendenti delle aziende coinvolte e residenti nei quartieri limitrofi alle loro sedi nel Golfo, in Israele e negli Emirati sono stati formalmente invitati a evacuare.
Le Big Tech nel mirino. Quando una piattaforma diventa obiettivo militare
L’accusa formulata dall’IRGC è circostanziata: queste società avrebbero messo a disposizione infrastrutture cloud, capacità di intelligenza artificiale e sistemi di raccolta dati per supportare operazioni militari americane e israeliane. La tesi, per quanto contestabile sul piano probatorio, ha un peso politico preciso perché trasforma formalmente i colossi tecnologici da operatori economici privati ad attori coinvolti nel conflitto. Apple, Google e Microsoft non gestiscono armi né truppe, ma i loro data center elaborano informazioni, le loro piattaforme distribuiscono comunicazioni e i loro servizi cloud alimentano infrastrutture che attraversano ogni settore, compreso quello della difesa.
Sul piano giuridico internazionale, questa classificazione apre una zona grigia ancora priva di una risposta normativa consolidata. Le convenzioni di Ginevra e il diritto internazionale umanitario distinguono tra obiettivi militari legittimi e beni civili protetti, ma le infrastrutture digitali ibride, usate contemporaneamente da civili, imprese e strutture governative, sfuggono alle categorie tradizionali. Nessun trattato vigente definisce con precisione quando un’azienda tecnologica privata possa essere considerata parte di un conflitto armato, e questa lacuna diventa sempre più urgente da colmare man mano che la tecnologia si integra nelle catene operative militari.
Il blackout come infrastruttura di controllo. La stranezza del modello iraniano a due livelli
Mentre la minaccia alle Big Tech occupava i titoli internazionali, l’Iran portava avanti in silenzio un progetto più strutturale. Dopo gli attacchi del 28 febbraio 2026, la connettività internet è precipitata al 4% dei livelli ordinari, secondo le rilevazioni indipendenti di NetBlocks e Cloudflare Radar. Circa 90 milioni di persone sono rimaste tagliate fuori dalla rete globale, con accesso consentito alla sola National Information Network, l’intranet di Stato sorvegliata e filtrata che Teheran ha costruito negli anni come alternativa domestica alla rete aperta. Le perdite economiche stimate superano i 37 milioni di dollari al giorno: le transazioni finanziarie sono calate di 185 milioni di operazioni nel solo mese di gennaio 2026, il mercato azionario di Teheran ha perso centinaia di migliaia di punti e il commercio online si è ridotto dell’80%.
Il governo ha rimosso il CEO di Irancell, il secondo operatore mobile del Paese con 66 milioni di abbonati, per non aver eseguito tempestivamente gli ordini di interruzione del servizio.
Le tecniche impiegate in questa tornata si distinguono nettamente dai blackout precedenti. Nel 2019, il regime aveva semplicemente spento le route BGP, un metodo brutale ma efficace, che rendeva visibile dall’esterno l’interruzione. Stavolta l’operazione è stata più sofisticata: Deep Packet Inspection per filtrare traffico in tempo reale, DNS poisoning per reindirizzare o bloccare richieste verso siti stranieri, e un sistema di whitelisting selettivo che consente la connessione globale solo a utenti con autorizzazione di sicurezza. Il risultato pratico è un internet a due livelli: la rete internazionale riservata a funzionari, militari e figure approvate dal regime, il solo intranet nazionale per tutti gli altri.
Diritti sotto pressione: cosa dice il diritto internazionale sul blackout in tempo di guerra
Human Rights Watch ha documentato che il blackout in corso viola i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario, in particolare i criteri di necessità e proporzionalità che vincolano le parti in conflitto anche nelle scelte relative alle comunicazioni. La disconnessione di massa impedisce alla popolazione civile di accedere a informazioni essenziali: dove si trovano le zone di strike, dove sono attivi i servizi medici, dove reperire cibo e riparo. Il rischio concreto, per come denunciato da organizzazioni per i diritti digitali come Miaan Group e ASL19, è che l’oscurità informativa diventi un moltiplicatore di danni per i civili, oltre che uno strumento per impedire la documentazione indipendente di eventuali violazioni.
Il governo iraniano ha sequestrato antenne Starlink nelle abitazioni private di Teheran e sta impiegando jammer militari per neutralizzare il segnale satellitare, con effetti collaterali che degradano anche le comunicazioni telefoniche tradizionali. Tecnologie analoghe sono state utilizzate dalla Russia in Ucraina, il che ha indotto i ricercatori a ipotizzare forme di condivisione di sistemi e know-how tra Mosca e Teheran.
