Quattro piattaforme online su cinque non rispettano le regole europee che disciplinano i loro rapporti con le imprese. È l’esito dell’ispezione condotta dalla CCPC, la Commissione irlandese per la concorrenza e la tutela dei consumatori, su un campione di 17 piattaforme online nella seconda metà del 2025. L’autorità ha rilevato elementi di non conformità nell’80% dei casi esaminati e ha dichiarato di star valutando quali strumenti utilizzare per affrontare le potenziali violazioni, disponendo di un ventaglio che va dal semplice avviso di conformità fino al procedimento penale. L’aumento significativo dei reclami ricevuti nel corso dell’anno da imprese irlandesi che operano tramite piattaforme digitali aveva spinto la CCPC ad avviare questo ciclo di controlli.
Cosa prevede il regolamento e chi riguarda
Il Regolamento europeo Platform-to-Business è applicabile dal luglio 2020 e si rivolge a tutte le piattaforme che intermediano imprese verso consumatori finali.
Rientrano nel suo ambito marketplace come Amazon ed eBay, app store, comparatori di prezzi e piattaforme verticali come quelle per la prenotazione di alloggi o la consegna di cibo. Anche i motori di ricerca, Google e Bing tra gli altri, sono soggetti a una parte delle sue disposizioni. Gli obblighi imposti sono precisi: termini e condizioni redatti in linguaggio chiaro e facilmente accessibile anche nella fase precontrattuale, criteri di posizionamento dei prodotti resi trasparenti agli utenti commerciali, sistemi interni di gestione dei reclami che consentano risposte tempestive, e l’indicazione nei termini e condizioni di almeno due mediatori disponibili per la risoluzione extragiudiziale delle controversie. Le piattaforme con un fatturato annuo superiore a dieci milioni di euro sono tenute a garantire anche l’accesso a procedure di mediazione obbligatoria. In caso di limitazione, sospensione o chiusura di un account, il regolamento impone di comunicare all’impresa interessata le motivazioni concrete con un preavviso minimo di trenta giorni, salvo specifiche eccezioni. Le violazioni possono comportare sanzioni pecuniarie, interventi correttivi e, in Irlanda, anche procedimenti penali aperti dalla CCPC davanti ai tribunali competenti.
Il caso irlandese non è isolato. In Italia, l’AGCOM ha avviato a fine 2024 un procedimento formale contro la piattaforma Refurbed per violazioni analoghe: nel mirino dell’autorità sono finite lacune nei sistemi di gestione dei reclami, l’assenza di informazioni sull’accesso ai dati di audit e la mancata indicazione dei mediatori nei termini e condizioni.
Il paradosso della proposta di abrogazione
L’indagine della CCPC acquista un peso particolare se letta insieme all’iniziativa legislativa avanzata dalla Commissione europea nel novembre 2025: nell’ambito di un più ampio processo di semplificazione dell’acquis digitale, Bruxelles ha proposto di abrogare il Regolamento P2B, ritenendo che la legge sui servizi digitali e quella sui mercati digitali abbiano ormai introdotto norme più ampie e di portata maggiore. L’argomento è che DSA e DMA sarebbero sufficienti a garantire un ambiente online equo, riducendo così la stratificazione normativa che grava sulle piattaforme. I dati raccolti dall’autorità irlandese raccontano però qualcosa di diverso: a cinque anni dall’entrata in vigore del regolamento, la conformità resta largamente incompiuta, e il dibattito sull’opportunità di eliminare uno strumento di tutela specificamente rivolto alle imprese commerciali, a differenza del DSA, che tutela i consumatori, e del DMA, che si applica solo ai grandi gatekeeper designati, rimane aperto tra giuristi, autorità nazionali e operatori del mercato digitale.
La CCPC ha precisato che il suo obiettivo prioritario sarà garantire che le piattaforme siano consapevoli degli obblighi vigenti e che i diritti delle imprese irlandesi siano effettivamente protetti.
