Meta, la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp, ha chiuso con un patteggiamento la causa milionaria avviata dagli azionisti in relazione allo scandalo Cambridge Analytica. L’accordo, raggiunto presso la Corte di Cancelleria del Delaware il 17 luglio, è arrivato a ridosso della seconda giornata di udienze ed ha evitato che Mark Zuckerberg e altri dirigenti si presentassero in aula. L’ammontare esatto della transazione resta riservato.
Dal quiz innocuo alla profilazione politica
Lo scandalo, esploso nel 2018, nacque dalla scoperta che Cambridge Analytica aveva ottenuto senza autorizzazione i dati di circa 87 milioni di utenti Facebook. L’accesso era stato possibile attraverso l’app “This Is Your Digital Life”, presentata come un semplice quiz di personalità ma capace di estrarre informazioni non solo dagli utenti che lo utilizzavano, ma anche dai loro contatti. I dati furono impiegati per creare profili psicologici e orientare campagne elettorali, come quella di Donald Trump nel 2016 e il fronte pro-Brexit. Nel marzo 2018, dopo le inchieste del Guardian e del New York Times, Facebook ammise di essere a conoscenza della violazione già dal 2015, senza aver informato gli interessati.
Le conseguenze furono immediate: il titolo crollò del 20% in pochi giorni, Zuckerberg fu ascoltato dal Congresso statunitense e dal Parlamento europeo, e la Federal Trade Commission inflisse nel 2019 una sanzione record di 5 miliardi di dollari per violazione di un precedente accordo sulla protezione dei dati. Un colpo durissimo per la reputazione e la governance della piattaforma.
Una causa per responsabilità personale
L’azione legale intentata dagli azionisti puntava a ottenere il risarcimento direttamente dai vertici di Meta. Secondo la loro tesi, la cattiva gestione della vicenda aveva generato danni economici tali da giustificare un rimborso attingendo ai patrimoni personali dei dirigenti, compreso quello di Zuckerberg, stimato in oltre 100 miliardi di dollari. Fra i nomi citati figuravano anche l’ex direttrice operativa Sheryl Sandberg, il venture capitalist Marc Andreessen e altri ex dirigenti. La causa si basava sulle rivendicazioni Caremark, strumenti giuridici del diritto societario del Delaware, che richiedono di dimostrare una deliberata inosservanza dei doveri di supervisione – un obiettivo processuale complesso.
Nel corso del procedimento, è emersa la notizia della cancellazione di email da parte di Sandberg durante le indagini. Tuttavia, il patteggiamento ha evitato le testimonianze sotto giuramento più attese, comprese quelle di Zuckerberg e della stessa Sandberg, oltre a quelle di figure di rilievo come Peter Thiel e Reed Hastings. È la seconda volta che il fondatore di Meta riesce a evitare una deposizione pubblica in tribunale, un elemento che alimenta le critiche verso l’apparente capacità dei giganti tech di sfuggire a un pieno esame pubblico.
Il caso solleva una questione ricorrente: fino a che punto il sistema legale riesce davvero a bilanciare potere economico e responsabilità personale? Per le imprese, il messaggio è chiaro: la governance non può limitarsi a essere un adempimento formale, ma deve diventare un presidio concreto di trasparenza e fiducia.
