Pegah Moshir Pour: In Iran migliaia di morti nel buio informativo. Il ruolo di Internet e AI

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L’attivista Pegah Moshir Pour racconta a Byte.Legali come il controllo di Internet e l’uso dell’intelligenza artificiale in Iran limitino la documentazione delle proteste e sollevino interrogativi su diritti umani, responsabilità delle piattaforme e regolazione tecnologica in Europa. Una testimonianza che arriva mentre l’Ue apre al riconoscimento dei Pasdaran come organizzazione terroristica

Attivista per i diritti umani e digitali e voce di riferimento per la Comunità iraniana in Europa, Pegah Moshir Pour è intervenuta all’AI Festival di Milano portando una testimonianza diretta su ciò che sta accadendo oggi in Iran. Al centro del suo intervento, il controllo dell’informazione da parte del regime, l’uso delle tecnologie digitali, inclusa l’intelligenza artificiale, come strumenti di repressione e propaganda, e il silenzio della comunità internazionale. Un racconto che intreccia diritti umani, tecnologia e geopolitica, e che interroga direttamente anche l’Europa. Byte.Legali l’ha intervistata subito dopo l’AI Festival e prima dell’avvio di una serie di iniziative per tenere alta l’attenzione su un tema che ci riguarda tutti.

Proprio in questi giorni i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno dato il primo via libera all’inserimento dei Guardiani della Rivoluzione islamica nella lista delle organizzazioni terroristiche. Una decisione definita “storica” da Israele, che colpisce un apparato centrale del potere iraniano, responsabile sia della repressione interna sia della proiezione militare e finanziaria del regime all’estero. I Pasdaran rappresentano uno Stato nello Stato, con un controllo diretto su ampie porzioni dell’economia iraniana e un ruolo chiave nella gestione della violenza politica. Un passaggio che, pur restando legato a equilibri geopolitici complessi e a un’attuazione ancora incerta, rende più evidente il nesso tra tecnologia, repressione e responsabilità politiche internazionali.

Nel corso del suo intervento ha parlato di un vero e proprio “buio informativo” imposto dal regime iraniano. In che modo il controllo di Internet e delle tecnologie digitali incide oggi sulla possibilità di documentare ciò che accade nel Paese?

Il regime della Repubblica Islamica iraniana utilizza sistematicamente il controllo di Internet come strumento di repressione. Ogni volta che si trova davanti a manifestazioni e proteste, la prima risposta è oscurare le comunicazioni per impedire che ciò che accade venga visto e documentato. Il blackout serve a censurare le proteste agli occhi del mondo, ma anche a manipolare le informazioni che riescono a circolare. Questo ha conseguenze gravissime. Non solo vengono impedite le testimonianze dirette, ma si crea uno spazio di totale opacità in cui il regime può agire senza controlli. Le persone ferite o uccise non vengono registrate negli ospedali, molte spariscono senza lasciare traccia, e oggi molte operazioni avvengono manualmente proprio per evitare qualsiasi documentazione ufficiale. Le testimonianze che arrivano dall’Iran parlano di una strage. Nella notte tra l’8 e il 9 gennaio sono giunte segnalazioni da tutto il Paese che indicano un numero di vittime altissimo, potenzialmente superiore alle 30.000 persone uccise per strada, non solo a Teheran ma anche in grandi centri e in piccole località. Il blackout non riguarda solo l’esterno, ma anche la comunicazione interna è compromessa, con ospedali che non riescono a coordinarsi né a chiedere aiuto.

Ha sottolineato anche come l’intelligenza artificiale venga utilizzata per produrre fake news e disinformazione. Quali sono, concretamente, le tecniche digitali più usate dal regime per manipolare la percezione della realtà?

Rispetto al passato, questa volta il regime ha adottato una strategia più sofisticata. Prima di spegnere completamente Internet ha lasciato aperta una finestra di alcuni giorni, durante i quali ha lavorato intensamente sulla manipolazione dell’opinione pubblica. In parallelo alla circolazione di immagini reali delle proteste, sono comparsi contenuti generati artificialmente come video e immagini che mostravano presunte manifestazioni a favore del regime. Attraverso l’intelligenza artificiale sono state create folle inesistenti, scene costruite, narrazioni alternative. Questi contenuti presentavano spesso difetti grafici evidenti, incongruenze visive, ma venivano diffusi in modo massiccio per alterare la percezione della realtà. Abbiamo denunciato più volte queste operazioni e invitato a non condividere tali materiali, non perché non esistano sostenitori del regime, ma perché la quantità e la rappresentazione proposte non corrispondevano minimamente alla realtà sul terreno.

In Occidente l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come uno strumento neutro o esclusivamente di progresso. Cosa ci insegna l’esperienza iraniana sui rischi dell’AI quando è nelle mani di un potere autoritario?

L’esperienza iraniana dimostra chiaramente che l’intelligenza artificiale non è neutra. Nelle mani di un regime autoritario diventa un moltiplicatore di repressione. Il regime iraniano non dispone solo di un apparato militare che reprime fisicamente le persone per strada, ma anche di un esercito digitale composto da troll, account coordinati e reti di disinformazione che operano in tutte le lingue del mondo. Questo apparato serve a screditare le testimonianze, a confondere l’opinione pubblica internazionale e a isolare gli attivisti. Personalmente ne sono bersaglio quotidianamente: sotto i miei contenuti compaiono tentativi sistematici di manipolazione e delegittimazione. L’AI, in questo contesto, diventa uno strumento di controllo sociale e di guerra informativa.

Lei sostiene che l’intelligenza artificiale può essere usata “per salvare e non per reprimere”. In che modo oggi gli attivisti riescono a usare strumenti digitali per difendere i diritti umani nonostante la repressione?

Gli strumenti digitali restano fondamentali, ma vanno usati con enorme responsabilità. Le testimonianze autentiche i video originali delle proteste, le immagini non manipolate sono documenti cruciali per il lavoro delle organizzazioni non governative e della comunità internazionale. Servono per analizzare la partecipazione, ricostruire gli eventi, documentare i crimini. Abbiamo chiesto di evitare la diffusione di immagini artistiche o rielaborazioni emotivamente potenti ma non realistiche. Anche se suggestive, rischiano di compromettere il valore probatorio delle testimonianze reali. In un contesto in cui non possiamo documentare direttamente e dobbiamo affidarci a ciò che arriva dall’Iran, l’accuratezza è una forma di protezione.

Molti dei manifestanti sono giovani sotto i 35 anni. Che rapporto hanno le nuove generazioni iraniane con la tecnologia e quanto essa influisce sulla loro consapevolezza politica?

La consapevolezza politica in Iran è altissima. Le nuove generazioni crescono entrando subito in contatto con la repressione e questo produce una politicizzazione diffusa. Ma non riguarda solo i giovani: anche persone più adulte, padri di famiglia, commercianti del Gran Bazar di Teheran e di altre città hanno pagato con la vita la partecipazione alle proteste. Anche settori tradizionali e religiosi della società oggi chiedono libertà di scelta, secolarizzazione e democratizzazione. Questo ha messo in crisi il regime, che sta perdendo il consenso anche delle basi su cui aveva costruito la propria propaganda.

In Europa si discute molto di regolazione dell’AI e di tutela dei diritti fondamentali. Dal suo punto di vista queste regole possono avere un impatto anche fuori dai confini europei?

L’Europa ha mostrato una maggiore volontà politica rispetto ad altri attori globali, ma il problema resta l’attuazione. Sono state approvate risoluzioni importanti, come quella che chiede di inserire i Guardiani della Rivoluzione Islamica nella lista delle organizzazioni terroristiche, ma senza il voto unanime degli Stati membri queste decisioni restano sulla carta. Finché Paesi come l’Italia non assumeranno una posizione chiara, non sarà possibile limitare davvero il potere economico e finanziario di questo apparato, che è centrale nella repressione interna.

Esiste una responsabilità anche di chi vive fuori dall’Iran? Che ruolo possono avere media, piattaforme digitali e governi occidentali?

Sì, esiste una responsabilità enorme. Le big tech, nonostante le ampie documentazioni di Nazioni Unite e Ong sugli abusi digitali, non hanno fatto abbastanza. In Iran, quando una persona viene arrestata, il regime sequestra anche i suoi profili social, un abuso digitale gravissimo, che avviene con la sostanziale inerzia delle piattaforme. I governi occidentali, dal canto loro, spesso preferiscono il silenzio per ragioni geopolitiche ed economiche. Questo silenzio rende tutti, in qualche misura, complici.

Se potesse rivolgere un messaggio a chi lavora oggi nel digitale, nell’innovazione e nell’AI in Europa, quale sarebbe la responsabilità principale da assumersi?

Non guardare solo al proprio benessere occidentale. Nei regimi autoritari i social network sono spesso l’unico spazio di testimonianza e i profili di attivisti e informatori dovrebbero essere considerati categorie protette. Serve una responsabilità etica nell’uso e nella progettazione delle tecnologie. È fondamentale introdurre un’educazione digitale seria, a partire dalle scuole, per fornire gli strumenti necessari a comprendere, riconoscere e governare la tecnologia, invece di esserne governati. Il nostro privilegio deve diventare consapevolezza e responsabilità