Privacy violata, nuova class action contro Google negli Stati Uniti

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Dopo un verdetto da 425 milioni di dollari per raccolta non autorizzata di dati, i consumatori statunitensi chiedono al giudice di imporre a Google la restituzione di altri 2,36 miliardi di profitti. Il caso solleva nuovi interrogativi sulla responsabilità delle piattaforme e sul reale controllo degli utenti sui propri dati. La decisione potrebbe avere riflessi anche in Europa

Google torna al centro di una disputa giudiziaria negli Stati Uniti, dove un gruppo di utenti ha chiesto a un tribunale federale di San Francisco di imporre al colosso del web la restituzione di 2,36 miliardi di dollari. La somma rappresenterebbe, secondo i ricorrenti, i profitti maturati grazie alla raccolta di dati personali effettuata senza consenso, nonostante le impostazioni di tracciamento fossero disattivate. La richiesta arriva poche settimane dopo la condanna a un risarcimento da 425 milioni di dollari per le stesse condotte.

La nuova richiesta dei consumatori americani

Nel documento depositato in tribunale, gli utenti hanno definito la cifra un’“approssimazione prudente” dei guadagni illegittimi ottenuti da Google. Il verdetto precedente aveva riconosciuto che la società aveva raccolto e utilizzato informazioni sulle attività delle app, violando le promesse di tutela della privacy associate alla funzione “Web & App Activity”. Secondo i legali dei consumatori, il risarcimento già stabilito non basta a compensare i danni in corso e le conseguenze sulla riservatezza di milioni di persone.

Google ha respinto ogni accusa e annunciato un imminente ricorso. L’azienda ha ribadito che i dati in questione erano anonimizzati e che i propri strumenti di privacy consentono agli utenti di controllare l’utilizzo delle informazioni. Nonostante ciò, la piattaforma non avrebbe modificato le proprie informative o le modalità di raccolta dopo il verdetto, circostanza che alimenta il contenzioso e le critiche sulla mancanza di trasparenza.

Un caso che mette in discussione la governance dei dati

La causa, intentata nel 2020, ha contestato a Google otto anni di pratiche scorrette nell’uso dei dati degli utenti. La giuria ha riconosciuto la responsabilità dell’azienda per due delle tre violazioni contestate. Parallelamente, la società ha chiesto di annullare la sentenza e di decertificare la class action, che coinvolge oltre 98 milioni di utenti e 174 milioni di dispositivi, sostenendo che ogni caso dipenda da comportamenti individuali e aspettative personali.

Il procedimento si inserisce in un contesto più ampio, in cui la tutela dei dati e la responsabilità delle piattaforme digitali rappresentano questioni centrali a livello globale. Negli Stati Uniti, l’assenza di una normativa federale univoca in materia di privacy lascia spesso ai tribunali il compito di definire i limiti tra innovazione tecnologica e diritti degli utenti. In Europa, invece, la cornice del GDPR impone obblighi più stringenti, ma i principi di fondo – trasparenza e consenso – restano gli stessi.

Le possibili conseguenze globali

La decisione che prenderà il giudice Richard Seeborg potrà influenzare le strategie future di molte piattaforme online. Se l’obbligo di restituzione dei profitti verrà confermato, il precedente potrebbe aprire la strada a nuovi contenziosi in altri paesi, rafforzando le azioni collettive in tema di privacy. Inoltre, le aziende digitali saranno spinte a rivedere in modo più rigoroso la gestione delle impostazioni relative ai dati personali, per evitare danni reputazionali e costi legali sempre più rilevanti.

Il confronto tra consumatori e Big Tech, iniziato anni fa, assume così una dimensione sempre più sistemica. Non si tratta solo di risarcimenti economici, ma di ridefinire il rapporto di fiducia tra utenti e piattaforme, fondamento stesso dell’economia digitale.