Un parlamentare europeo avverte: “Potremmo rinunciare alle norme tech per compiacere gli Usa”.
In breve, come sapete, negli ultimi mesi, Unione Europea e Stati Uniti hanno aperto il dialogo per un nuovo accordo commerciale. Sul tavolo ci sono tariffe, regole tecniche, accesso ai mercati. E ovviamente le questioni digitali fanno capolino tra le righe. Gli USA guardano con disprezzo alcune normative europee (in particolare il Digital Services Act, il Digital Markets Act, e ora l’Ai Act) che regolano piattaforme online e grandi attori tech, praticamente tutti statunitensi. Sono leggi complesse, ma con un messaggio chiaro: l’Europa vuole dettare le regole del gioco, e fino a questo punto c’è riuscita. Da qui nasce la tensione.
La Commissione europea ha ribadito che queste leggi non fanno parte della trattativa. Non si toccano. Ma alcune frasi ambigue nel testo dell’accordo e i segnali provenienti da Washington lasciano intendere che il tema potrebbe riaffiorare. E c’è chi, all’interno delle stesse istituzioni europee, comincia a temere che la porta resti socchiusa.
Da questa vicenda emergono due riflessioni essenziali. La prima è politica: è giusto o sbagliato che, per facilitare il commercio con un partner strategico, si rivedano norme pensate per garantire concorrenza e trasparenza nel mercato digitaleinterno, del proprio paese? È un tema che merita dibattito.
La seconda riflessione è più un dato di fatto, incontestabile: le regole che ci siamo dati con metodo e legittimità, possono trasformarsi in merce di scambio. Possono diventarlo, e in certi contesti lo sono già state. Ed è anche su questo punto che si misura la solidità del progetto europeo.
