Report accusa Meta di aver profilato gli elettori nel 2022

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Secondo un'inchiesta di Report, Meta avrebbe raccolto e aggregato dati comportamentali di oltre 6,5 milioni di utenti italiani attraverso la funzione Election Day Information attiva su Facebook e Instagram durante la campagna elettorale del 2022.

La funzione si chiamava Election Day Information e, almeno in superficie, sembrava un servizio utile: un rimando diretto al sito del Ministero dell’Interno, con informazioni su seggi e candidati, distribuito tramite Facebook e Instagram nelle settimane precedenti alle elezioni politiche del settembre 2022. Dietro quella schermata, però, l’inchiesta di Report, la trasmissione di Sigfrido Ranucci andata in onda il 12 aprile 2026 su Rai 3, ha ricostruito un trattamento dei dati ben più articolato, che ha coinvolto oltre 6,5 milioni di utenti italiani e che ha generato uno scontro interno al Garante della Privacy rimasto fino a oggi fuori dalla scena pubblica.

Cosa raccoglieva davvero la funzione Election Day Information

Secondo la ricostruzione di Report, la funzione EDI attivata da Meta su entrambe le piattaforme non si limitava a indirizzare gli utenti verso risorse istituzionali. In parallelo, raccoglieva e aggregava un insieme di informazioni che comprendevano età, genere, area geografica, tipo di dispositivo e modalità di interazione con i contenuti elettorali.

Questi dati, singolarmente, rientrano in categorie ordinarie di navigazione. Combinati in un profilo, però, possono avvicinarsi alla soglia dei dati sensibili specialmente quando il contesto è quello di una campagna elettorale e quando quell’insieme di segnali viene letto all’interno di sistemi di profilazione più ampi. La stessa Meta aveva indicato, nelle proprie policy, la possibilità di condividere dati aggregati con terzi, inclusi partner di ricerca e comitati elettorali. Una previsione che l’azienda ha poi precisato come meramente eventuale, sostenendo che EDI non avrebbe mai raccolto né trasferito informazioni di natura politica.

Meta ha risposto alle accuse con una smentita netta, definendo la tesi della profilazione di massa “infondata e del tutto inaccurata”.

Il punto giuridico più delicato riguarda proprio il confine oltre il quale un’interazione con uno strumento informativo sul voto può essere considerata un’espressione, anche indiretta, di orientamento politico.

Il GDPR classifica i dati relativi alle opinioni politiche come dati particolari, soggetti a tutele rafforzate. Ma la qualificazione di un dato dipende anche dal contesto in cui viene raccolto e dall’uso che ne viene fatto, e su questo piano la linea di demarcazione rimane difficile da tracciare con precisione assoluta, soprattutto quando il trattamento avviene all’interno di infrastrutture algoritmiche opache per definizione.

Il Garante e la multa e la distribuzione di Meta di contenuti politici

Quando il dipartimento tecnico del Garante della Privacy, guidato da Riccardo Acciai, prese contezza dell’attività di Meta, chiese un intervento urgente, alcuni componenti del collegio chiesero di attendere un coordinamento con le autorità europee. La situazione si ripresentò a metà del 2023, in occasione delle elezioni regionali: questa volta i tecnici riuscirono a ottenere un provvedimento d’urgenza che bloccava la condivisione dei dati con soggetti terzi.

L’inchiesta affronta poi un secondo filone, quello relativo alla distribuzione algoritmica dei contenuti politici. Nel 2021 Meta aveva introdotto un filtro per limitare la visibilità di questo tipo di contenuti sulle proprie piattaforme, dichiarando pubblicamente di averlo rimosso per tutti gli utenti a partire dal gennaio 2025. Un’analisi condotta da un gruppo tecnico interno al Partito Democratico contraddirebbe questa versione: secondo quella ricostruzione, il filtro sarebbe stato disattivato già nel novembre 2024, in coincidenza con la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane, con una rimozione che avrebbe avuto effetti asimmetrici, favorendo la circolazione di contenuti riconducibili a posizioni di destra e di orientamento antieuropeista. Anche su questo punto Meta ha escluso qualsiasi trattamento differenziato per categorie politiche o opinionisti specifici. Il caso richiama, senza stabilire equivalenze, il precedente di Cambridge Analytica, in cui dati di milioni di utenti Facebook furono usati per costruire profili psicologici destinati alla comunicazione politica mirata: uno schema che aveva già sollevato interrogativi profondi sull’uso delle piattaforme digitali nei processi elettorali, interrogativi che l’inchiesta di Report ripropone ora con elementi inediti e con una documentazione che ha già raggiunto la Procura.