Settantacinque organizzazioni per i diritti civili hanno firmato una lettera aperta indirizzata a Mark Zuckerberg, chiedendo a Meta di bloccare immediatamente e ripudiare pubblicamente il progetto di dotare i propri occhiali smart, i Ray-Ban e gli Oakley realizzati in partnership con EssilorLuxottica, di una funzione di riconoscimento facciale in tempo reale. La coalizione è guidata dall’American Civil Liberties Union, dall’ACLU del Massachusetts e dalla New York Civil Liberties Union, con il sostegno di gruppi che si occupano di sopravvissuti a violenza domestica, diritti dei lavoratori, privacy dei consumatori, comunità LGBTQ+ e libertà civili in senso più ampio.
La funzione “Name Tag” e il rischio di sorveglianza invisibile
Al centro della denuncia c’è una funzione che Meta avrebbe denominato internamente “Name Tag”: indossando gli occhiali, il portatore potrebbe identificare silenziosamente chiunque incontri per strada, ottenendo il nome della persona attraverso l’assistente IA integrato nel dispositivo. L’identificazione avverrebbe senza che il soggetto riconosciuto ne sia consapevole e senza alcuna possibilità concreta di sottrarsi. Spazi come manifestazioni pubbliche, cliniche mediche, luoghi di culto o semplicemente un marciapiede diventerebbero, in questo scenario, ambienti in cui l’anonimato cessa di esistere per chiunque si trovi nel campo visivo di chi indossa gli occhiali.
La lettera definisce questa prospettiva “una linea rossa che la società non deve attraversare.” Cody Venzke, avvocato senior dell’ACLU con competenze su sorveglianza, privacy e tecnologia, ha condensato la posizione della coalizione in una frase: “I tuoi occhiali non devono sapere il mio nome.” Venzke ha aggiunto che i rischi documentati dall’utilizzo del riconoscimento facciale in altri contesti dimostrano che le preoccupazioni sollevate dalla lettera sono ben radicate nella realtà.
Particolarmente vulnerabili, secondo le organizzazioni firmatarie, sarebbero le persone di colore, le donne, i minori, gli immigrati, le minoranze religiose e i membri della comunità LGBTQ+, categorie per le quali l’esposizione involontaria a questa tecnologia potrebbe tradursi in conseguenze concrete e gravi.
Il documento interno e la strategia del momento opportuno
A rendere la vicenda ancora più controversa sul piano etico è il contenuto di un documento interno di Meta trapelato alla stampa. Secondo quanto riportato dal New York Times, che ha visionato il testo, l’azienda aveva pianificato di lanciare la funzione sfruttando un “ambiente politico dinamico” in cui i gruppi della società civile avrebbero avuto le risorse concentrate altrove. La coalizione ha definito questo approccio “un comportamento abominevole, indegno di un’azienda con un ruolo così rilevante nella formazione dei nostri figli, della nostra società e del nostro futuro.”
Le richieste contenute nella lettera vanno oltre il semplice blocco del progetto. Le organizzazioni chiedono a Meta di rendere pubblici eventuali casi noti di utilizzo degli occhiali per stalking, molestie o violenza domestica, e di rivelare qualsiasi contatto o accordo con agenzie governative come ICE e CBP in relazione ai wearable. Parallelamente, la lettera chiede all’azienda di smettere di opporsi alle leggi sulla privacy biometrica che imporrebbero il consenso esplicito degli utenti prima della raccolta e del trattamento dei dati. La notizia arriva in un momento già teso per Meta su questo fronte: un’indagine dei media svedesi aveva rivelato che subappaltatori dell’azienda in Kenya stavano etichettando video registrati tramite i Ray-Ban, incluse riprese in bagno e momenti intimi, mentre un report di 404 Media aveva mostrato come il LED che segnala le registrazioni possa essere facilmente disabilitato, rendendo la sorveglianza di fatto invisibile. Meta aveva già dismesso una funzione analoga su Facebook alla fine del 2021, citando la necessità di bilanciare i possibili usi positivi con le crescenti preoccupazioni sociali, e da allora ha dovuto pagare miliardi di dollari per chiudere cause legate alla privacy biometrica.
