Il No vince con il 53,74% dei voti. La riforma costituzionale della giustizia, che comprendeva separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti, istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma, è stata respinta dagli elettori italiani nel referendum del 22-23 marzo. L’affluenza ha superato il 58%, un dato che supera largamente le due precedenti tornate nazionali con i referendum abrogativi del 2025 (29,8%) e le elezioni europee del 2024 (49,7%). La premier Giorgia Meloni ha riconosciuto la sconfitta il giorno stesso della chiusura dei seggi, escludendo le dimissioni. Anche se il governo è per la prima volta sotto una reale pressione che tiene aperto ogni possibile scenario.
Una geografia del voto che parla chiaro
Il risultato ha contorni precisi. Il No ha prevalso in 17 regioni su 20, con punte che sfiorano il 70% in alcune province del Sud: Napoli oltre il 74%, Palermo al 68,93%, Campania al 65,22%. Il Sì ha tenuto soltanto in Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, mentre gli italiani all’estero hanno invertito la tendenza, con il Sì avanti al 55,99%. A trainare la vittoria del No sono stati i grandi centri urbani e, in modo particolarmente marcato, l’elettorato più giovane: nella fascia fino a 34 anni il No ha superato il 60%, attestandosi al 54% tra i 35 e i 54 anni, mentre tra gli over 55 la distanza si è ridotta fino alla sostanziale parità. Secondo le stime di Opinio per la Rai, il 57,7% di chi non aveva votato alle europee del 2024 ma si è recato alle urne per il referendum ha scelto il No, un dato che ha spostato l’attenzione degli analisti su una domanda precisa: come si è formata questa partecipazione inedita, e attraverso quali canali.
La stampa internazionale ha letto il risultato come una sconfitta politica personale per Meloni. Politico Europe ha titolato sulla premier che perde il referendum; Der Spiegel ha parlato di pesante sconfitta; El País ha definito il voto la prima sconfitta elettorale in tre anni di governo, individuandovi un segnale di stanchezza in vista delle elezioni generali del 2027.
Il consenso che si forma fuori dai partiti
Il dato sulla partecipazione giovanile è quello che cambia la lettura complessiva del voto. E che, di fatto, ha stravolto i sondaggi e le previsioni della viglia che avevano segnalato un trend con il No in rimonta e dato vincente con un’affluenza bassa o comunque al di sotto del 50%. Invece, nonostante l’alta affluenza, il No è diventato una valanga in difesa della Costituzione e contro una riforma tecnica che, probabilmente, avrebbe dovuto essere discussa con maggiore attenzione in Parlamento con l’obiettivo di trovare intese larghe.
La spiegazione di quanto avvenuto alle urne può essere legata alla quota significativa della mobilitazione che ha portato giovani elettori, tradizionalmente assenti dalle consultazioni referendarie, a recarsi alle urne. Una mobilitazione chesi è costruita fuori dai circuiti politici tradizionali. Community digitali, piattaforme come TikTok e Instagram, gruppi informali: spazi in cui il dibattito sulla riforma della giustizia è stato tradotto in linguaggi più immediati e accessibili, spesso polarizzati, ma capaci di raggiungere segmenti di popolazione che i partiti non intercettano con gli strumenti classici della comunicazione politica. Questo non significa che il voto giovanile sia stato il prodotto di una campagna orchestrata dall’alto attraverso i social. La dinamica è più complessa e distribuita e merita di essere studiata con attenzione.
Di certo sta a significare che gli ecosistemi informativi digitali hanno funzionato come amplificatori di una sensazione diffusa, la percezione che la riforma fosse un intervento di parte sugli equilibri istituzionali, trasformandola in partecipazione concreta. Per chi lavora nel digitale e nella comunicazione, questo meccanismo non è una novità teorica. Il referendum lo ha reso misurabile su scala nazionale. Per i partiti politici e i sondaggisti, evidentemente, rappresenta un’assoluta novità, dimostrando il ritardo con cui la politica continui a muoversi soprattutto rispetto alle nuove generazioni.
Quando la Costituzione diventa terreno di competizione
Sul piano dell’analisi costituzionale, il risultato pone una questione di metodo che va oltre la singola riforma. Le revisioni che incidono sull’equilibrio tra i poteri dello Stato richiedono una legittimazione che la sola maggioranza parlamentare non riesce a garantire, perché il giudizio degli elettori su questi interventi non resta confinato al merito tecnico delle norme, ma si sposta rapidamente sul piano della fiducia nelle istituzioni. Anzi più il quesito diventa tecnico e ostico, la percezione si sposta sulla sensibilità politica, con risultati spesso sorprendenti come dimostrato dalla cavalcata del No che, val la pena di ricordarlo, partiva da molti punti percentuali di svantaggio all’inizio della campagna elettorale.
La riforma Nordio è stata progressivamente inserita in una dinamica di confronto politico diretto, fino a diventare una prova di forza su un terreno, quello costituzionale, che mal sopporta questa logica. Il corpo elettorale ha risposto non valutando nel dettaglio la separazione delle carriere o la composizione del nuovo CSM, ma esprimendo un giudizio sulla direzione complessiva dell’intervento. Adesso la prospettiva di intervenire sulla legge elettorale si inserisce in questo contesto come tentativo di recuperare iniziativa su un terreno più controllabile sul piano parlamentare, spostando il confronto dalle regole della giustizia alle regole della rappresentanza, almeno nell’immediato.
Il referendum, tuttavia, non ha chiuso il tema di una giustizia italiana in difficoltà e che va riformata. Ha mostrato, però, il limite di un approccio fondato sulla forza della maggioranza e indicato che per intervenire sull’assetto dei poteri e sulle norme costituzionali servono riforme che non siano divisive. E evidenziato come sia necessario, soprattutto per la politica, tornare a riflettere sulla formazione del consenso e sulle condizioni necessarie per costruire riforme condivise e che siano comprese come legittime.
