Sanremo e l’AI che trasforma il pubblico in papere sono lo specchio impietoso dell’Italia digitale

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Cosa è successo davvero con l’intelligenza artificiale al Festival di Sanremo. Un episodio televisivo che riaccende il confronto tra innovazione, cultura e responsabilità nell’uso dell’AI.

Il pubblico dell’Ariston trasformato in papere dall’intelligenza artificiale nella prima serata di Sanremo è la fotografia perfetta di un Paese che vuole parlare di innovazione senza avere la minima idea di cosa significhi.

TIM, Main Partner del Festival, aveva promesso di arricchire le serate con “suggestioni visive” generate dalle “più avanzate tecnologie di intelligenza artificiale”. Il risultato delle più avanzate tecnologie? Un filtro da smartphone del 2023 che ha deformato i volti del pubblico dell’Ariston in papere allucinogene durante Papaveri e Papere di Nilla Pizzi. Più che suggestione visiva, potremmo parlare apertamente di incubo collettivo in prima serata.

Se lo stato dell’arte dell’AI in campo video è associato al meme di Will Smith che mangia gli spaghetti, la boutade sanremese sembra un prequel trash di Howard e il Destino del Mondo, film cult del 1986 che, pur senza un fotogramma di AI generativa, risultava infinitamente più credibile di ciò che abbiamo visto sul palco dell’Ariston.

Nel 2024, alla conferenza EASTAP di Sitges, discutevo dell’impatto dell’AI generativa sulle performance teatrali e di come questa tecnologia potesse aprire scenari inediti di interazione tra palco e platea. Due anni dopo, la più grande platea d’Italia ha visto quella stessa tecnologia ridotta a un filtro per trasformare Carlo Conti in una papera da film dell’orrore. Il potenziale c’era, ed è enorme. La visione, evidentemente, no.

Questa tremenda messinscena si regge su una base culturale fragile. La stragrande maggioranza degli italiani è convinta che l’intelligenza artificiale sia soltanto ChatGPT, e fatica sempre più a distinguere video e immagini generate da AI da quelle reali. Hai voglia poi a introdurre norme sull’AI Act, a parlare di deepfake e disinformazione, a invocare sanzioni e trasparenza algoritmica nell’epoca della post-verità. Quando la portata della trasformazione in atto non solo non viene compresa, ma viene banalizzata in prima serata e spacciata per avanzamento tecnologico di punta, il problema non è più legato agli strumenti. È culturale.

E il fallimento diventa inevitabile, quando la vetrina nazionale più seguita dell’anno riduce l’innovazione tecnologica ad avanspettacolo.

Alfredo Esposito

Alfredo Esposito

Avvocato, fondatore dello Studio Legale Difesa d’Autore, si occupa di diritto digitale, proprietà intellettuale e nuove tecnologie in contesti nazionali e internazionali. Assiste imprese, operatori e cittadini stranieri nelle loro attività in Italia. Autore e relatore sui temi del copyright e dell’intelligenza artificiale, osserva l’impatto delle tecnologie sugli equilibri globali, con uno sguardo generazionale sui cortocircuiti tra tecnologia, diritto e società.