New York ha deciso di sfidare apertamente le Big Tech. La città ha avviato una causa federale contro Meta, Google, Snap e ByteDance, accusandole di aver costruito piattaforme pensate per catturare l’attenzione dei giovani fino a renderli dipendenti. Per l’amministrazione newyorkese, il prezzo di questo modello si misura in ansia, isolamento e fragilità psicologica tra gli adolescenti, ma anche in milioni di dollari spesi dal sistema scolastico e sanitario per affrontarne le conseguenze.
Una causa che punta al cuore del modello dei social
Secondo l’atto depositato presso la corte federale di Manhattan, le piattaforme avrebbero deliberatamente sfruttato la vulnerabilità neurologica dei minori per mantenerli connessi il più a lungo possibile. La città accusa le società di “grave negligenza” e di aver generato un “danno pubblico” su scala collettiva. L’obiettivo della causa non è solo ottenere un risarcimento, ma costringere i colossi del web a ripensare un modello che trasforma l’attenzione degli utenti in profitto. Oggi oltre il 77% degli studenti delle scuole superiori di New York trascorre più di tre ore al giorno davanti a uno schermo, una percentuale che sale oltre l’80% tra le ragazze. Un dato che racconta la normalizzazione di un comportamento sempre più compulsivo, spesso accompagnato da insonnia, distrazione e assenze scolastiche croniche.
Quando l’algoritmo incontra la salute pubblica
Già nel gennaio 2024 il Dipartimento della Salute di New York aveva dichiarato i social media una minaccia per la salute pubblica. L’azione legale nasce proprio da questa consapevolezza: dietro ai like e alle notifiche si nasconde un sistema capace di condizionare il comportamento dei più giovani, favorendo dinamiche di confronto costante e ricerca di approvazione. In parallelo, il fenomeno del “subway surfing”, che consiste nel salire o aggrapparsi ai treni in movimento per filmarsi, è diventato un tragico simbolo degli effetti di questo ecosistema. Dal 2023, sedici ragazzi hanno perso la vita tentando di imitare queste sfide virali, tra cui due adolescenti di appena 12 e 13 anni. La viralità che alimenta il profitto si trasforma così in un meccanismo che sfugge al controllo di chi lo ha creato.
Una battaglia che va oltre i confini americani
Google ha respinto le accuse sostenendo che YouTube non sia un social network, ma un servizio di streaming. Le altre piattaforme, invece, hanno preferito non commentare. La città ha anche deciso di abbandonare una precedente causa avviata a livello statale per unirsi a un contenzioso federale più ampio che conta già oltre duemila azioni legali simili. New York, con i suoi 8,5 milioni di abitanti, di cui quasi due milioni minori, è oggi tra i querelanti più influenti. Il suo ingresso nel procedimento potrebbe accelerare la pressione politica e normativa su un’industria che da anni opera in un limbo giuridico, dove la responsabilità è spesso sfumata. Quando il digitale attraversa la linea tra intrattenimento e dipendenza, diventa inevitabile chiedersi chi debba rispondere delle sue conseguenze.
Verso una nuova responsabilità digitale
La causa di New York non è soltanto un’azione giudiziaria: rappresenta un segnale politico. È la presa di posizione di una metropoli che riconosce la necessità di regole per proteggere i più giovani e per ridisegnare i confini dell’economia dell’attenzione. In prospettiva europea, il caso americano potrebbe influenzare anche il dibattito su responsabilità e trasparenza delle piattaforme. Se i tribunali dovessero riconoscere la colpa delle aziende tecnologiche, si aprirebbe un precedente capace di ridefinire i rapporti tra cittadini, imprese e istituzioni digitali.
