Sedici miliardi di dollari di truffe, l’indagine che scuote Meta

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Un’inchiesta internazionale rivela come Meta avrebbe guadagnato miliardi da annunci ingannevoli e prodotti vietati. I documenti interni mostrano un sistema che monetizza il rischio invece di eliminarlo. Le autorità europee valutano l’impatto del caso alla luce del Digital Services Act

Meta è di nuovo al centro di un vortice mediatico. Secondo un’inchiesta di Reuters, la società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp avrebbe ricavato nel 2024 fino a 16 miliardi di dollari da pubblicità riconducibili a truffe e prodotti vietati. Una cifra che rappresenterebbe circa il dieci per cento dei suoi ricavi complessivi e che getta un’ombra profonda sul modello economico delle grandi piattaforme digitali.

Un meccanismo che monetizza il rischio

I documenti interni rivelerebbero un sistema capace di trasformare il sospetto di illecito in profitto. Gli inserzionisti vengono bloccati solo quando gli algoritmi raggiungono una certezza di frode superiore al novantacinque per cento. Negli altri casi, l’azienda applica una tariffa aggiuntiva, il cosiddetto “penalty bid” che, di fatto, aumenta i ricavi derivanti dagli annunci potenzialmente ingannevoli. In pratica, più alto è il rischio, maggiore è il guadagno. L’algoritmo pubblicitario, inoltre, interpreta ogni interazione come segnale di interesse e finisce per riproporre gli stessi contenuti fraudolenti agli utenti che vi hanno cliccato. Secondo i report citati, il gruppo era consapevole della portata del fenomeno almeno dal 2021, ma avrebbe evitato interventi incisivi per non intaccare le entrate pubblicitarie.

Difese ufficiali e contraddizioni interne

Meta ha respinto le accuse, definendo la ricostruzione “distorta” e sostenendo di aver ridotto del cinquantotto per cento le segnalazioni di truffe in diciotto mesi. L’azienda ha inoltre dichiarato di aver rimosso oltre 134 milioni di contenuti fraudolenti nel 2025. Eppure, gli stessi documenti interni citati da Reuters descrivono il problema come “a bassa priorità”. Le politiche di intervento sarebbero state calibrate per non incidere oltre lo 0,15% del fatturato complessivo. Una scelta che solleva dubbi sulla reale volontà di affrontare il nodo etico e giuridico legato alla pubblicità ingannevole.

Indagini internazionali e rischi regolatori

Negli Stati Uniti, la SEC ha avviato un’indagine sulla diffusione di truffe finanziarie attraverso i social del gruppo. Nel Regno Unito, le autorità stimano che oltre la metà delle frodi nei pagamenti online nel 2023 sia avvenuta su piattaforme riconducibili a Meta. L’azienda stessa avrebbe stimato potenziali sanzioni fino a un miliardo di dollari, considerate comunque inferiori ai profitti derivanti dalle attività pubblicitarie a rischio. In Europa, la vicenda si lega direttamente al Digital Services Act, che impone ai grandi intermediari obblighi di trasparenza e mitigazione dei rischi sistemici. Se le accuse fossero confermate, il comportamento descritto potrebbe configurare una violazione degli obblighi di “diligenza algoritmica” previsti dalla normativa europea e aprire la strada a nuove azioni di enforcement da parte della Commissione.

Il nodo tra profitto e responsabilità

Il caso Meta rappresenta un punto di svolta nel diritto delle piattaforme. Dimostra come la gestione del rischio economico possa entrare in conflitto con la responsabilità normativa e con il dovere di tutelare gli utenti.